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SIAMO NOI A TV 2000
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Carissime amiche e amici, nell’inviarvi gli auguri di serene e sante festività Pasquali, approfitto per ricordare, per chi lo desidera, che sul mio Canale You Tube (gigi avanti 1509) e sul blog (www.gigiavanti.com) potete trovare riflessioni, considerazioni, pensieri e video vari.
Talvolta si trova quello che si sta cercando e tal’altra si trova quello che non si sta cercando.
E’curiosa la vita!
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QUANDO UN TITOLO DIVENTA AFORISMA
TITOLI DI ARTICOLI DÌ GIGI AVANTI PUBBLICATI SULLA RIVISTA LA SACRA FAMIGLIA DAL 1988 AL 2013
Tempo fa qualcuno mi ha chiesto a bruciapelo: “Ma come ti vengono in mente le cose che scrivi?”. Non ricordo cosa avessi risposto. Se la medesima domanda mi fosse rivolta adesso non saprei ancora cosa rispondere.
Sì, perché di quanto mi capita di scrivere (e di vivere), molto, se non tutto, fa parte della categoria dei misteri “curiosi”. I misteri, si sa, sono l’ambito privilegiato dell’agire di Dio e non conviene indagare molto in questo ambito alla ricerca di spiegazioni.
Molto meglio e più conveniente, per l‘anima, farsi buongustai di mistero e lasciarsi andare a goderne.
L’anima infatti è dotata di intelligenza spirituale che è altro rispetto alla intelligenza razionale. Conveniente ed appagante, pertanto, lasciarsi andare ad accettare di buon grado quello per cui non otteniamo spiegazione.
Un paradosso di Alessandro Pronzato diceva: “Se si toglie il mistero non si capisce più nulla”. Già nel periodo precedente la venuta di Cristo gli antichi lo avevano intuito: “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” e “Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. Per concluder con Einstein: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.
A questo punto, un suggerimento. Leggendo con calma i titoli li si potrebbe vedere trasformarsi in veri e propri aforismi. Magia delle parole!
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Questi sono i titoli di alcuni interventi pubblicati sulla rivista La Sacra Famiglia, titoli “curiosi” appunto perché “misteriosi”.
- Natale, anche Dio ha famiglia
- Quaresima, famiglia, deserto e tentazioni
- Famiglia, il luogo umano della vita
- In famiglia pregare si può
- Anziani in famiglia o in liquidazione?
- Fare la valigia
- Attenzione a stare attenti
- Pace, famiglia e fantasia
- Sono libero quindi sono fedele
- La vita è anche un gioco
- I vostri figli non sono figli vostri
- A Nazareth viveva un trio
- La paura fa ancora novanta?
- La storiella del tandem arancione
- E se sposassimo la parrocchia
- L’avventura della pace dei sensi
- Da casa nasce casa
- Criminalità organizzata, solidarietà comune
- Un po’ di pulizia in famiglia
- Il gioco della gioia
- Attentato alla gioia
- Nuova cultura, nuova famiglia: stare bene insieme
- I bambini, un regalo a scadenza eterna
- Prepararsi al matrimonio non può essere un optional
- La riuscita di un matrimonio non è un terno al lotto
- Ognuno è responsabile del proprio gioire o soffrire
- Se una notte d’inverno un viaggiatore (Tema di Chiara Avanti)
- Giovani, vogliamo fare pace con voi
- Abbiamo fatto della vita la sala d’aspetto della morte (S. Spinsanti)
- Intervista a me
- Avevo voglia di rispondere al Papa, ma…
- Natale, che stress vivere…
- Il sorriso dei nonni
- Le paure dei preti riguardo alla famiglia
- O la scuola o la vita: tra provocazioni e confidenze
- La festa degli affetti e il funerale dello zio Attilio
- Il regalo di Natale sul “Pianeta Amore”
- Tutti alunni alla scuola del cuore
- Sesso intelligente e giovane
- La preoccupazione dei genitori per il lavoro dei figli
- La manutenzione ordinaria dll’amore
- Confronto chiaro e puntuale sulla pastorale familiare
- A scuola di benessere
- Le canzoni del cavolo
- Povera famiglia se non educa alla povertà
- Meglio trovare che cercare
- Meglio riflettere che pensare, un po’ come gli specchi
- E se il creato fosse una immensa chiesa?
- Un libro da non perdere
- Quando Dio perse le staffe
- Cristiani senza etichette
- Chi non accetta il mistero non è degno di vivere
- Cercasi papà sognatore
- Dalla “propria” famiglia ad una famiglia “propria”
- Vieni servo buono e fedele
- Vocazioni postume alla speranza
- Non avrai altro Padre all’infuori di me
- Lasciarsi andare è quiete
- Il sentimento principe: L’amicizia
- Ci vuol poco a star male, ma molto meno a star bene
- Dimmi come comunichi e ti dirò come vivi
- Le porte sante del Giubileo fatto in casa
- Qualche rosario in meno, qualche carezza in più
- Natale, Dio alla prese con la comunicazione
- Senti che silenzio
- Se Dio avesse risposto mi chiamo Mario
- Sul ruolo di formatore al matrimonio
- Lasciatemi raccontare
- Formare a matrimoni in odore di santità
- Ma che cosa ti aspetti dal matrimonio?
- Con le suore dalla culla alla tomba
- Preferisco ancora Lui
- Non prendiamoci troppo sul serio
- Lasciar crescere ciò che nasce
- Come faccio a cancellare il futuro?
- La direzione spirituale non stop
- E se la comunicazione fosse silenzio
- La famiglia impegnata in quale settore?
- Si fa quello che si può
- Se l’amore non muore mai di morte naturale
- Preoccuparsi vale la pena?
- Quel figlio tanto desiderato
- Non ci resta che pregare
- Adesso è il momento di raccontare
- Morto un prete
- Amicizie all’ombra del campanile
- Ascolta che silenzio
- Lasciate che l’errore si distrugga da solo
- Adamo ed Eva litigavano, ma di brutto
- Mi hanno rinnovato il permesso di soggiorno
- Famiglia e preti
- Ci vuole un po’ di equilibrio
- Cuore amico non si stanca
- Cercatori di spiegazioni o collezionisti di misteri?
- La fragilità del “fai da te” dell’amore
- Quando è morta la mia mamma
- A proposito di emergenza rifiuti: Dio non spreca nulla
- Ma come ti vengono in mente le cose che scrivi
- Dio fa volontariato… da quel dì
- Io purtroppo,,, penso troppo
- E se ci si provasse a credere… prima di avere le prove?
- I pensieri cattivi
- Il matrimonio è come la morte, pochi ci arrivano preparati
- Cosa farai da grande?
- Ma come vi siete conosciuti e cosa vuol dire essere famiglia
- Desidera ciò che hai
- La coppia e i sacerdoti
- Ho trovato l’America
- Se volete risolvere
- Prima il dovere, poi il piacere
- Riflettere o pensare
- Non andiamo contro il male
- Quando i miracoli
- Fare sesso, fare l’amore, amare
- Le anime in libera uscita
- Anno nuovo, vita nuova
- I misteri curiosi
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UN DUELLO MORTALE
DIRITTI E BISOGNI: UN DUELLO MORTALE (diabolico?)
Certa cultura di oggi ha la bocca piena della parola diritto. Ma è così sicuro che tutto quanto viene qualificato come diritto lo sia veramente?
In chiave di logica filosofica (cultura) e antropologica (natura) sembrerebbe di noi. E infatti non lo è.
E non lo è quando un diritto contraddice il bisogno. Il bisogno è più profondo del diritto e quando il diritto si antepone al bisogno fino a prenderne il posto, si è completamente fuori strada.
Tutta la letteratura scientifica si trova concorde nell’affermare il principio secondo il quale si cresce in virtù della soddisfazione di bisogni fondamentali (primari).
E i bisogni fondamentali che garantiscono la crescita integrale della persona umana sono i bisogni attinenti la sfera fisico – materiale (mangiare, bere, respirare) e i bisogni attinenti la sfera psico – spirituale (il bisogno di stimoli, di contatto, di riconoscimento, sessuale inteso in senso ampio, di indipendenza, di struttura del tempo). E la soddisfazione di questi bisogni va a soddisfare il bisogno di verità (la mente ha bisogno di ciò), il bisogno di amore (il cuore ha bisogno di questo) il bisogno di Dio (l’anima ha bisogno di questo).
Da queste radici dei bisogni, fondati tenacemente nel terreno della natura, possono nascere poi e germogliare i vari diritti; diritti che, in linea logica e metaforicamente parlando, rappresentano i frutti.
Può un frutto avere diritto di esistere senza ramo, tronco, radice, terreno? Senza radici non si vola ammonisce un simpatico aforisma; aforisma che potrebbe diventare “Senza radici non si esiste”.
E adesso veniamo al concreto. Il tanto urlato “diritto di abortire” è un bisogno? Se non lo è (e non lo è), la pretesa di volerlo riconosciuto è semplicemente folle.
Sopprimere un essere umano è un bisogno? Se operare il male fosse un bisogno sarebbe la fine della vita, la fine dell’essere, sarebbe un non senso ontologico.
“Operare sequitur esse” (in latino: “l’agire segue l’essere”) è un principio dell’ontologia tomista secondo cui l’azione di ogni ente dipende dalla natura dell’ente stesso e, forse ancor di più, dal fatto che essere è, in sé, un atto.
Se non è un bisogno non può essere ovviamente, a rigor di logica, un diritto. Anche nel gergo comune circolano espressioni come queste: “Ma c’era proprio bisogno?”. Appunto, che bisogno c’è di uccidere un essere umano che vanta proprio (paradossalmente parlando) il diritto di vivere?
Di più, quale è la finalità di voler uccidere? E’ risaputo infatti che a costituire un atto che voglia dirsi compiutamente umano vi debba essere una motivazione di partenza che induce all’azione e una finalità da raggiungere. In mancanza di finalità l’atto non è compiutamente umano, è monco, talvolta disumano, come avviene nel caso dell’abortire.
Un diritto è tale quando e se non contraddice un bisogno. Un diritto è tale quando ha una finalità non contraria al bisogno. E’ stato già affermato: “Il fine giustifica i mezzi, quando questi non contraddicono il fine”.
Il fine dinamico e radicale di ogni essere umano è quello di vivere (si nasce per vivere). Il diritto di vivere si fonda sul bisogno di vita iscritto nella natura dell’essere. Il diritto di uccidere non trova spazio alcuno in una sana filosofia di vita.
Che un delitto si camuffi da diritto è una delle operazioni più diaboliche mai escogitate dal pensare umano. Da quel pensare umano presente in certa cultura che ha accantonato (se non eliminato) Dio dal proprio orizzonte. Scriveva Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”
(Gigi Avanti)
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A NESSUNO PIACE SOFFRIRE
Carissimi, mi piace e mi dà conforto condividere quanto mi accade perché lo trovo legato al servizio professionale di Consulenza Familiare dove tutti si ha a che fare con eventi di dolore, lutto, sofferenza.
Che questo ultimo evento “casuale” (La presentazione del libro LA MISTICA DELLA SOFFERENZA, di cui sotto) sia accaduto all’Università Urbaniana dove ha insegnato il nostro compianto Padre Gianni Colombo (che era anche Penitenziere Apostolico presso il Vaticano e che tante sere mi accompagnava a casa con la sua macchina dopo i corsi di preparazione al Matrimonio che venivano tenuti nella parrocchia del Crocifisso a Bravetta, dove abitava) mi ha convinto ancora una volta quanto sia bello volare quando si hanno radici solidamente fondate in quel terreno fertile preparato, a partire dal 1966, dal nostro compianto Padre Luciano Cupia. Buona lettura.
PRESENTAZIONE LIBRO (Pontificia Università Urbaniana – con gli on:li Paola Binetti e Alessio D’Ubaldo).
LA MISTICA DELLA SOFFERENZA di Caterina Ciriello e Angela Maria Lupo – EMP 2024)
Questo incontro “casuale” che stiamo vivendo nasce da un incontro “casuale” con una delle due autrici del libro avvenuto il 9 febbraio scorso quando Suor Caterina ed il sottoscritto furono invitati a parlare di preghiera da TV 2000 nella puntata del 14 febbraio scorso di SIAMO NOI condotta magistralmente da Gabriella Facondo.
Scrive Einstein: “Il caso è Dio che gira in incognito” ed anche: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.
Quindi attiene al “mistero” del “caso” che noi ci si trovi qui questa mattina, un mistero che andrebbe aggiunto ai misteri gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi e inserito nella categoria dei “misteri curiosi”.
E’ risaputo che occorra e sia conveniente essere buongustai di mistero anziché affannati cercatori di spiegazione, anche perché aiutati dall’intelligenza spirituale (Jung, Borgna ed altri) sicuramente superiore alla intelligenza razionale.
Buongustai di mistero anche quando “amore e dolore” sono intrecciati e costituiscono il nucleo di tale mistero di sofferenza amante che caratterizza il vivere umano.
E’ proprio questo ad avere senso la mia presenza per la presentazione del libro LA MISTICA DELLA SOFFERENZA regalatomi proprio da Suor Caterina in quel 14 febbraio.
Da qui il senso della mia presenza per la presentazione del libro. Ha senso perché la domanda della conduttrice della trasmissione rivolta al sottoscritto nella puntata di SIAMO NOI del 14 febbraio e il contenuto del libro sono molto collegati proprio in ragione di questa tematica di amore e dolore
Questa la domanda: “Come pregare quando si è toccati dal dolore, da un dolore così grande quale quello della perdita di una giovane figlia?”. (Mia figlia Chiara ha aperto serenamente gli occhi al Cielo l’8 settembre del 2017 a soli 41 anni lasciando nel “dolore” i suoi cinque figli – che oggi hanno dai 22 ai 9 anni – e tutti coloro che ha amato e che l’hanno amata.
Amore e dolore quindi, ecco il tema del libro. Amare e soffrire. Si potrebbe dire che “amare è soffrire” come scrive Tommaso Da Kempis: “Non si vive d’amore senza dolore”. Ed anche Seneca: “Resistere al dolore, maggior dolore arreca”.
Ma nel libro c’è qualcosa di più, è indicato il livello estremo dell’amore che, paradossalmente parlando, diventa “amare di soffrire”.
Cosa possibile ad una condizione, quella di avere come parametro di riferimento per la propria scelta e condotta di vita la causa del Regno di Dio.
Ma c’è qualcosa di più ancora. Nel libro di Caterina Ciriello e Angela Maria Lupo si afferma con chiarezza che questa dinamica di “soffrire di amare” e “amare di soffrire”l’ha sperimentata Dio in prima persona.
Questo destino di amore-dolore toccato in sorte alla creatura umana per la sua peccaminosa originaria è il medesimo destino vissuto (e che vive Dio nel presente) che si trova “impotente” di fronte alle conseguenze di tale ribellione dell’uomo (Adamo ed Eva) e ai tradimenti del suo popolo. La ribellione dell’uomo, il non fidarsi di Dio deve fare il suo corso.
Egli soffre impotente di fronte a questa situazione, anzi ama di dover soffrire così. Scrive Origene: “La sofferenza è parte integrante dell’identità divina”.
Tutto ha avuto inizio, forse, quando L’ETERNO ha voluto farsi TEMPO, quando l’ESSERE (per niente geloso della sua divinità assoluta) ha voluto dipanarsi, spalmarsi in DIVENIRE (La PAROLA si è fatta CARNE).
Da allora esistono, inizio e fine, alfa e omega, nascita e morte, orazione e imprecazione, lamento e danza, lacrima e sorriso, intuizione (In principio era il Verbo) e realizzazione (Il verbo si fece carne), amore e dolore.
E’ nella buia e tragica notte del Getsemani che viene vissuta questa dinamica di reciproca sofferenza del Figlio preferito e del suo Padre amoroso. (Vedi Massimo Recalcati, in LA NOTTE DEL GETSEMANI)
La preghiera di Gesù ha due tronconi: nella prima parte Egli chiede al Padre di cambiare idea, versa sudore rosso dalla fronte (sono lacrime dell’anima) ed ha in risposta un “silenzio” assordante.
Nella seconda parte è Lui a cambiare idea e ad allinearsi alla volontà del Padre. E si consegna al mistero fiducioso che non sarebbe finita li.
La risurrezione operata dal Padre nel silenzio della notte e senza nessun applauso (La Domenica della Palme il Dio Umano aveva ricevuto applausi) è il gran finale.
Un finale che confluisce nel “silenzio eucaristico” dove il dire (Parola) e il fare (Carne) si sintètizza nell’ essere (Pane). (Gigi Avanti 15 marzo 2024)
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SEMBRA UN PARADOSSO…
MUSICA E PARADOSSI
“Lo scopo e la ragione ultima di tutta la musica non è
altro che la gloria di Dio”. (Johann Sebastian Bach)
Mi chiedo se alcuni linguaggi musicali odierni condividano questo apparente paradosso!.
Nel caso riporto questo brano di Ercole Ferretti sul concetto di paradosso.
Cosa è un paradosso. Il paradosso è una forma di comunicazione che va
contro le leggi della logica comune, e, apparentemente, è una
contraddizione assoluta, privo appunto, di logica. Come nella
comunicazione seguente: “Non leggere questo avviso”. E’ un messaggio
PARADOSSALE. Non puoi non leggerlo, ma una volta letto hai disobbedito!
È un messaggio schizofrenico! La schizofrenia sta nel fatto che mentre leggi
stai trasgredendo e quindi sei incappato in una tagliola! Non puoi non
leggere se vuoi sapere, ma nello stesso tempo quando hai saputo hai anche
trasgredito! E’ il cosiddetto doppio messaggio. E’, in psichiatria, una delle
probabili cause dell’origine della schizofrenia. Riguarda soprattutto
messaggi non verbali, trasmessi soprattutto, ma non solo, nei primi mesi di
vita quando non si posseggono mezzi e modi per decifrarli correttamente.
Un esempio di paradosso che può ingenerare schizofrenia: una mamma che
stringe talmente forte il suo bambino fino a fargli male dicendogli
contemporaneamente “Quanto ti voglio bene!” Il doppio messaggio
paradossale è la traduzione del ricevente: come fa a volermi bene se mi fa
così male? Dilemma: mi vuole bene o mi vuole male? E’ questo il paradosso:
due cose diverse e opposte da scegliere contemporaneamente che possono
generare confusione mentale.
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IL PARADOSSO DI AMORE E DOLORE
A CHE CONDIZIONE IL SOFFRIRE DI AMARE DIVENTA AMARE DI SOFFRIRE?
(Il paradosso di amore e dolore)
A nessuno piace soffrire, eppure il dolore è una realtà della vita. A ciascuno piace amare ed essere amato, appunto perché l’amore è una realtà della vita. Come uscire da questa apparente contraddizione? Semplicemente prendendo consapevolezza ed accettando di buon grado che le due realtà facciano parte della vita. E’ questa infatti la posizione e la fisionomia dell’adulto tratteggiata dalle scienze umane. Scrive infatti Freud: “Si diventa adulti quando oltre a fare quello che piace si fa anche quello che costa”. Accettare che amare comporti anche soffrire e che amore e dolore siano intrecciati indissolubilmente è una realtà esistenziale, è il livello umano adulto al quale è giocoforza posizionarsi.
C’è però un livello superiore, per i credenti, dove il “soffrire di amare” può diventare addirittura “amare di soffrire” ed è il livello, per così dire, mistico.
Sembra essere, questo, un livello impossibile da raggiungere e sul quale posizionarsi stabilmente. Cosa possibile però ad un solo patto, a patto o a condizione che sia la causa del Regno di Dio il parametro di riferimento o la stella polare della propria scelta e condotta di vita.
Vivere in funzione di questa unica causa (“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”) è possibile però grazie all’orazione. Una orazione somigliante a quella rivolta da Gesù al Padre nella notte tragica del Getsemani dove l’angoscia lo schiaccia e il sudore della fronte è di color rosso (le lacrime dell’anima sono sangue).
Tale sudore si placa quando Gesù, dopo aver tentato di far cambiare idea al Padre sul tragico epilogo del suo vivere umano che lo attendeva, si consegna, si abbandona fiducioso al mistero dell’amore – dolore.
Soffrire di amare diventa allora amare di soffrire, come vuole il Padre. E come esperimentò Dio in anteprima in prima persona quando per rimediare alla disobbedienza originale di Adamo ed Eva e ai tradimenti del suo popolo volle “farsi Uomo” e “discendere” dal Cielo per “salvarci”.
Dio soffre e patisce dolore, infatti quando, paradossalmente parlando, assiste apparentemente impotente al soffrire della sua creatura disubbidiente e ribelle. La medesima sofferta impotenza silenziosa in risposta alla sofferente ubbidienza di Gesù nella tragica notte del Getsemani. Abbracciare la croce dell’ubbidienza al Padre è stato salvifico per Gesù ed è salvifico in assoluto per la creatura umana che ne segue le orme.
E non può essere altrimenti che così, considerato che quando “l’Eterno” volle farsi “Tempo” (quando cioè il “nunc” volle farsi “fluens”…) tutto cominciò ad avere inizio e fine, nascita e morte, gioia e tormento, dolore e amore, danza e lamento.
Alternativa pare non possa esserci, pertanto, per non mandare disperso il dolore e renderlo invece proficuo per sé ed anche per i fratelli nella fede. Anche perchè, come scrive Seneca: “Resistere al dolore maggior dolore arreca” (livello psicologico) e come scrive la mistica Teresa Neumann (livello spirituale mistico):
“Qualche volta il Signore mi fa sapere che posso soffrire per qualcuno; non vi sono obbligata, ma quando so che il Signore se ne rallegra e che così posso procurare una grazia ad una persona perché il Signore vuole utilizzare la mia sofferenza, allora sono pronta. Il senso ultimo della carità cristiana sta appunto nel sacrificio dell’innocente per la salvezza e il miglioramento di un altro essere umano. Qualcosa di simile ai sacramenti possono fare i seguaci di Cristo sulla base di quanto Egli ha istituito per la salvezza degli uomini: i cristiani come membri del corpo mistico di Cristo possono pregare ed offrire le proprie sofferenze l’uno per l’altro. Se ciò avviene in forma che trascende le leggi naturali, si realizza la cosiddetta sostituzione mistica”. (T. Neumann)
E quand’anche non dovessero uscire parole dalle labbra a esternare tale sofferenza, si sappia che il dolore, preferibilmente silente e sommesso, è già di per sé orazione… forse la più gradita a Dio Padre. Così infatti pregò il Dio umano (Gesù) nel momento culmine del suo dolore.
La preghiera del silenzio, il silenzio del Padre in risposta alla prima richiesta del Figlio di risparmiarlo dal dolore, un silenzio orante e convincente il Figlio a cambiare lui idea accettando il volere del Padre. Questo silenzio che poi diverrà il soave silenzio eucaristico, dove il “Dire” (il “Verbo”) e il “Fare” (Verbo fattosi Carne) trovano sintesi nell’ “Essere” (Eucaristia). Dire, Fare, Essere… Parola, Carne, Pane.
Scrive il poeta Mario Luzi: “La preghiera comincia dove termina la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro”.
Mi piace segnalare un libro a questo riguardo, un libro avuto in regalo da una delle due autrici, Suor Caterina Ciriello, docente di Teologia Spirituale e Storia della Spiritualità presso l’Università Urbaniana di Roma, scritto in collaborazione con Suor Angela Maria Lupo, passionista di San Paolo della Croce e professoressa di Sacra Scrittura nell’Istituto di Catechesi e Spiritualità Missionaria della Pontificia Università Urbaniana e membro ordinario del Comitato Scientifico della cattedra “Gloria Crucis” alla Pontificia Università Lateranense.
Caterina Ciriello – Angela Maria Lupo, LA MISTICA DELLA SOFFERENZA (Itinerario biblico-spirituale per ri-definire il volto di Dio e dell’uomo) con prefazione di Gianni Sgreva – Edizioni Messaggero Padova, gennaio 2024.
(Gigi Avanti)
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TRE PENSIERI
TRE BREVI CONSIDERAZIONI SU “diversamente”, “benedire”, “perdonare”
- GLI AVVERBI SI LAMENTANO di essere adoperati strumentalmente.
Da quando è entrato in vigore, nel frasario di costume, l’uso dell’avverbio “diversamente” si è generata una drammatica confusione, ha preso paradossalmente luce uno scenario nebbioso nel quale risulta difficile discernere la linea di demarcazione o il confine tra lecito e illecito, tra normale e non, tra bene e male.
Ci si è incamminati, insomma, su un viottolo scivoloso e pericoloso e sembra si stia raggiungendo un punto di non ritorno.
Senza voler indagare le ragioni profonde e magari sonnecchianti nell’inconscio a spiegazione di tale fenomenologia del pensare, è però opportuno e doveroso, se non urgente, segnalare che tale modo di pensare e di argomentare dove la fa da padrone i’avverbio “diversamente” spesso in complicità con l’aggettivo “differente”, non è filosoficamente sano.
Dire di chi è triste che è“diversamente felice” o sostenere che la situazione esistenziale dell’omosessualità possa dirsi essere quella di una “differente normalità” cancella con un colpo di spugna il discorso etico in generale incoraggiando qualsiasi comportamento e il suo contrario.
Di questo passo si potrebbe anche parlare di “diversamente sano” per chi è malato, di “diversamente fedele” per chi tradisce moglie o marito, di “diversamente regolare” per chi è irregolare fino ad arrivare, sempre paradossalmente parlando, al punto di dire “diversamente vivo” per chi è morto.
Opportuno ricordare che l’etimologia della parola “diversamente” è quella di “divergere”, il cui significato è quello di “allontanarsi”, allontanarsi cioè dalla strada maestra della normalità, della liceità, del bene, della verità.
- LE BENEDIZIONI SI LAMENTANO di essere mal usate!
Il “benedire”, infatti, è una funzione che magari potrebbe “disfunzionare” quando qualcuno la volesse usare male. Il titolare primo del benedire è il Creatore, dalla quale considerazione deriva che potrebbe verificarsi un cortocircuito qualora qualcuno osasse “dire bene” di situazioni esistenziali irregolari, di peccato o comunque non propriamente in linea con il dato creaturale originario di cui, ripeto, è titolare Dio.
PERDONARE (e consequenzialmente benedire) comporta il riconoscimento del proprio stato di peccato.
La funzione del “perdonare” postula il previo riconoscimento, da parte della persona in situazione di fallo o di peccato, della propria situazione di bisogno di misericordia e, più ancora, richiede l’umile richiesta di venire perdonata. Va bene, come afferma qualcuno, partire dalla misericordia e non dal peccato, ma questo comporta di fare come fece Gesù con l’adultera per la quale Egli ebbe “misericordia” (la perdonò) ma dopo aver rimosso il peccato che faceva da ostacolo alla “benedizione misericordiosa”.
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