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Ex docente alle superiori a Roma, attualmente pensionato

UN DUELLO MORTALE

DIRITTI E BISOGNI: UN DUELLO MORTALE (diabolico?)

   Certa cultura di oggi ha la bocca piena della parola diritto. Ma è così sicuro che tutto quanto viene qualificato come diritto lo sia veramente?

   In chiave di logica filosofica (cultura) e antropologica (natura) sembrerebbe di noi. E infatti non lo è.

   E non lo è quando un diritto contraddice il bisogno. Il bisogno è più profondo del diritto e quando il diritto si antepone al bisogno fino a prenderne il posto, si è completamente fuori strada.

   Tutta la letteratura scientifica si trova concorde nell’affermare il principio secondo il quale si cresce in virtù della soddisfazione di bisogni fondamentali (primari).

   E i bisogni fondamentali che garantiscono la crescita integrale della persona umana sono i bisogni attinenti la sfera fisico – materiale (mangiare, bere, respirare) e i bisogni attinenti la sfera psico – spirituale (il bisogno di stimoli, di contatto, di riconoscimento, sessuale inteso in senso ampio, di indipendenza, di struttura del tempo). E la soddisfazione di questi bisogni va a soddisfare il bisogno di verità (la mente ha bisogno di ciò), il bisogno di amore (il cuore ha bisogno di questo) il bisogno di Dio (l’anima ha bisogno di questo).

   Da queste radici dei bisogni, fondati tenacemente nel terreno della natura, possono nascere poi e germogliare i vari diritti; diritti che, in linea logica e metaforicamente parlando, rappresentano i frutti.

   Può un frutto avere diritto di esistere senza ramo, tronco, radice, terreno? Senza radici non si vola ammonisce un simpatico aforisma; aforisma  che potrebbe diventare “Senza radici non si esiste”.

   E adesso veniamo al concreto. Il tanto urlato “diritto di abortire” è un bisogno? Se non lo è (e non lo è), la pretesa di volerlo riconosciuto è semplicemente folle.

   Sopprimere un essere umano è un bisogno? Se operare il male fosse  un bisogno sarebbe la fine della vita, la fine dell’essere, sarebbe un non senso ontologico.

   “Operare sequitur esse” (in latino: “l’agire segue l’essere”) è un principio dell’ontologia tomista secondo cui l’azione di ogni ente dipende dalla natura dell’ente stesso e, forse ancor di più, dal fatto che essere è, in sé, un atto.

   Se non è un bisogno non può essere ovviamente, a rigor di logica, un diritto. Anche nel gergo comune circolano espressioni come queste: “Ma c’era proprio bisogno?”.    Appunto, che bisogno c’è di uccidere un essere umano che vanta proprio (paradossalmente parlando) il diritto di vivere?

   Di più, quale è la finalità di voler uccidere? E’ risaputo infatti che a costituire un atto  che voglia dirsi compiutamente umano vi debba essere  una motivazione di partenza che induce all’azione e una finalità da raggiungere. In mancanza di finalità l’atto non è compiutamente umano, è monco, talvolta disumano, come avviene nel caso dell’abortire.

   Un diritto è tale quando e se non contraddice un bisogno. Un diritto è tale quando ha una finalità non contraria al bisogno. E’ stato già affermato: “Il fine giustifica i mezzi, quando questi non contraddicono il fine”.

   Il fine dinamico e radicale di ogni essere umano è quello di vivere (si nasce per vivere). Il diritto di vivere si fonda sul bisogno di vita iscritto nella natura dell’essere. Il diritto di uccidere non trova spazio alcuno in una sana filosofia di vita.

   Che un delitto si camuffi da diritto è una delle operazioni più diaboliche mai escogitate dal pensare umano. Da quel pensare umano presente in certa cultura che ha accantonato (se non eliminato) Dio dal proprio orizzonte. Scriveva Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”

(Gigi Avanti)

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A NESSUNO PIACE SOFFRIRE

   Carissimi, mi piace e mi dà conforto condividere quanto mi accade perché lo trovo legato al servizio professionale di  Consulenza Familiare dove tutti si ha a che fare con eventi di dolore, lutto, sofferenza.

   Che questo ultimo evento “casuale” (La presentazione del libro LA MISTICA DELLA SOFFERENZA, di cui sotto) sia accaduto all’Università Urbaniana dove ha insegnato il nostro compianto Padre Gianni Colombo  (che era anche Penitenziere Apostolico presso il  Vaticano e che tante sere mi accompagnava a casa  con la sua macchina dopo i corsi di preparazione al Matrimonio che venivano tenuti nella parrocchia del Crocifisso a Bravetta, dove abitava) mi ha convinto ancora una volta quanto sia bello volare quando si hanno radici solidamente fondate in quel terreno fertile preparato, a partire dal 1966, dal nostro compianto Padre Luciano Cupia. Buona lettura.

PRESENTAZIONE LIBRO  (Pontificia Università Urbaniana –  con gli on:li Paola Binetti e Alessio D’Ubaldo).

LA MISTICA DELLA SOFFERENZA di Caterina Ciriello e Angela Maria Lupo – EMP 2024)

  Questo incontro “casuale” che stiamo vivendo nasce da un incontro “casuale” con una delle due autrici del libro avvenuto il 9 febbraio scorso quando Suor Caterina ed il sottoscritto furono invitati a parlare di preghiera da TV 2000 nella puntata del 14 febbraio scorso di SIAMO NOI condotta magistralmente da Gabriella Facondo.

   Scrive Einstein: “Il caso è Dio che gira in incognito” ed anche: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.

   Quindi attiene al “mistero” del “caso” che noi ci si trovi qui questa mattina, un mistero che andrebbe aggiunto ai misteri gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi e inserito nella categoria dei “misteri curiosi”.

   E’ risaputo che occorra e sia conveniente essere buongustai di mistero anziché affannati cercatori di spiegazione, anche perché aiutati dall’intelligenza spirituale (Jung, Borgna ed altri) sicuramente superiore alla intelligenza razionale.

   Buongustai di mistero anche quando “amore e dolore” sono intrecciati e costituiscono il nucleo di tale mistero di sofferenza amante che caratterizza il vivere umano.

   E’ proprio questo ad avere senso la mia presenza per la presentazione del libro LA MISTICA DELLA SOFFERENZA regalatomi proprio da Suor Caterina in quel 14 febbraio.

   Da qui il senso della mia presenza per la presentazione del libro. Ha senso perché la domanda della conduttrice della trasmissione rivolta al sottoscritto nella puntata di SIAMO NOI del 14 febbraio e il contenuto del libro sono molto collegati proprio in ragione di questa tematica di amore e dolore

   Questa la domanda: “Come pregare quando si è toccati dal dolore, da un dolore così grande quale quello della perdita di  una giovane figlia?”. (Mia figlia Chiara ha aperto serenamente gli occhi al Cielo l’8 settembre del 2017 a soli 41 anni lasciando nel “dolore” i suoi cinque figli – che oggi hanno dai 22 ai 9 anni – e tutti coloro che ha amato e che l’hanno amata.

   Amore e dolore quindi, ecco il tema del libro. Amare e soffrire. Si potrebbe dire che “amare è soffrire” come scrive Tommaso Da Kempis: “Non si vive d’amore senza dolore”. Ed anche Seneca: “Resistere al dolore, maggior dolore arreca”.

   Ma nel libro c’è qualcosa di più, è indicato il livello estremo dell’amore che, paradossalmente parlando, diventa “amare di soffrire”.

   Cosa possibile ad una condizione, quella di avere come parametro di riferimento per la propria scelta e condotta di vita la causa del Regno di Dio.

   Ma c’è qualcosa di più ancora. Nel libro di Caterina Ciriello e Angela Maria Lupo si afferma con chiarezza che questa dinamica di “soffrire di amare” e “amare di soffrire”l’ha sperimentata Dio in prima persona.

   Questo destino di amore-dolore toccato in sorte alla creatura umana per la sua peccaminosa originaria è il medesimo destino vissuto (e che vive Dio nel presente) che si trova “impotente” di fronte alle conseguenze di tale  ribellione dell’uomo (Adamo ed Eva) e ai tradimenti del suo popolo.    La ribellione dell’uomo, il non fidarsi di Dio deve fare il suo corso.  

   Egli soffre impotente di fronte a questa situazione, anzi ama di dover soffrire così. Scrive Origene: “La sofferenza è parte integrante dell’identità divina”.

   Tutto ha avuto inizio, forse, quando L’ETERNO ha voluto farsi TEMPO, quando l’ESSERE (per niente geloso della sua divinità assoluta) ha voluto dipanarsi, spalmarsi in DIVENIRE (La PAROLA si è fatta CARNE).

   Da allora esistono, inizio e fine, alfa e omega, nascita e morte, orazione e imprecazione, lamento e danza, lacrima e sorriso, intuizione (In principio era il Verbo)  e realizzazione (Il verbo si fece carne), amore e dolore.

   E’ nella buia e tragica notte del Getsemani che viene vissuta questa dinamica di reciproca sofferenza del Figlio preferito e del suo Padre amoroso. (Vedi Massimo Recalcati, in LA NOTTE DEL GETSEMANI)

   La preghiera di Gesù ha due tronconi: nella prima parte Egli chiede al Padre di cambiare idea, versa sudore rosso dalla fronte (sono lacrime dell’anima) ed ha in risposta un “silenzio” assordante.

Nella seconda parte è Lui a cambiare idea e ad allinearsi alla volontà del Padre. E si consegna al mistero fiducioso che non sarebbe finita li.

   La risurrezione operata dal Padre nel silenzio della notte e senza nessun applauso (La Domenica della Palme il Dio Umano aveva ricevuto applausi) è il gran finale.

  Un finale che confluisce nel “silenzio eucaristico” dove il dire (Parola) e il fare (Carne) si sintètizza nell’ essere (Pane).               (Gigi Avanti 15 marzo 2024)

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SEMBRA UN PARADOSSO…

MUSICA E PARADOSSI

“Lo scopo e la ragione ultima di tutta la musica non è

 altro che la gloria di Dio”. (Johann Sebastian Bach)

Mi chiedo se alcuni linguaggi musicali odierni condividano questo apparente paradosso!.

Nel caso riporto questo brano di Ercole Ferretti sul concetto di paradosso.

 Cosa è un paradosso. Il paradosso è una forma di comunicazione che va

contro le leggi della logica comune, e, apparentemente, è una

contraddizione assoluta, privo appunto, di logica. Come nella

comunicazione seguente: “Non leggere questo avviso”. E’ un messaggio

PARADOSSALE. Non puoi non leggerlo, ma una volta letto hai disobbedito!

È un messaggio schizofrenico! La schizofrenia sta nel fatto che mentre leggi

stai trasgredendo e quindi sei incappato in una tagliola! Non puoi non

leggere se vuoi sapere, ma nello stesso tempo quando hai saputo hai anche

trasgredito! E’ il cosiddetto doppio messaggio. E’, in psichiatria, una delle

probabili cause dell’origine della schizofrenia. Riguarda soprattutto

messaggi non verbali, trasmessi soprattutto, ma non solo, nei primi mesi di

vita quando non si posseggono mezzi e modi per decifrarli correttamente.

Un esempio di paradosso che può ingenerare schizofrenia: una mamma che

stringe talmente forte il suo bambino fino a fargli male dicendogli

contemporaneamente “Quanto ti voglio bene!” Il doppio messaggio

paradossale è la traduzione del ricevente: come fa a volermi bene se mi fa

così male? Dilemma: mi vuole bene o mi vuole male? E’ questo il paradosso:

due cose diverse e opposte da scegliere contemporaneamente che possono

generare confusione mentale.

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IL PARADOSSO DI AMORE E DOLORE

A CHE CONDIZIONE IL SOFFRIRE DI AMARE DIVENTA AMARE DI SOFFRIRE?

                                             (Il paradosso di amore e dolore)

   A nessuno piace soffrire, eppure il dolore è  una realtà della vita. A ciascuno piace amare ed essere amato, appunto perché l’amore è una realtà della vita. Come uscire da questa apparente contraddizione? Semplicemente prendendo consapevolezza ed accettando di buon grado che le due realtà facciano parte della vita. E’ questa infatti la posizione e la fisionomia dell’adulto tratteggiata dalle scienze umane. Scrive infatti Freud: “Si diventa adulti quando oltre a fare quello che piace si fa anche quello che costa”. Accettare che amare comporti anche soffrire e che amore e dolore siano intrecciati indissolubilmente è una realtà esistenziale, è il livello umano adulto al quale è giocoforza posizionarsi.

   C’è però un livello superiore, per i credenti, dove il “soffrire di amare” può diventare addirittura “amare di soffrire” ed è il livello, per così dire, mistico.

   Sembra essere, questo, un livello impossibile da raggiungere e sul quale posizionarsi stabilmente. Cosa possibile però ad un solo patto, a patto o a condizione che sia la causa del Regno di Dio il parametro di riferimento o la stella polare della propria scelta e condotta di vita. 

   Vivere in funzione di questa unica causa (“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”)  è possibile però grazie all’orazione. Una orazione somigliante a quella rivolta da Gesù al Padre nella notte tragica del Getsemani dove l’angoscia lo schiaccia e il sudore della fronte è di color rosso  (le lacrime dell’anima sono sangue).

   Tale sudore si placa quando Gesù, dopo aver tentato di far cambiare idea al Padre sul  tragico epilogo del suo vivere umano che lo attendeva, si consegna, si abbandona fiducioso al mistero  dell’amore – dolore. 

   Soffrire di amare diventa allora amare di soffrire, come vuole il Padre. E come esperimentò Dio in anteprima in prima persona quando per rimediare alla disobbedienza originale  di Adamo ed Eva e ai tradimenti del suo popolo volle “farsi Uomo” e “discendere” dal Cielo  per  “salvarci”.

   Dio soffre e patisce dolore, infatti quando, paradossalmente parlando, assiste apparentemente impotente al soffrire della sua creatura  disubbidiente e ribelle. La medesima sofferta impotenza silenziosa in risposta alla sofferente ubbidienza di Gesù nella tragica notte del Getsemani. Abbracciare la croce dell’ubbidienza al Padre è stato salvifico per Gesù ed è salvifico in assoluto per la creatura umana che ne segue le orme.

   E non può essere altrimenti che così, considerato che quando “l’Eterno” volle farsi “Tempo” (quando cioè il “nunc” volle farsi “fluens”…) tutto cominciò ad avere inizio e fine, nascita e morte, gioia e tormento, dolore e amore, danza e lamento. 

   Alternativa pare non possa  esserci, pertanto, per non mandare disperso il dolore e renderlo  invece proficuo  per sé ed anche per i fratelli nella fede. Anche perchè, come scrive Seneca: “Resistere al dolore maggior dolore arreca” (livello psicologico) e come scrive la mistica Teresa Neumann (livello spirituale mistico):

   “Qualche volta il Signore mi fa sapere che posso soffrire per qualcuno; non vi sono obbligata, ma quando so che il Signore se ne rallegra e che così posso procurare una grazia ad una persona perché il Signore vuole utilizzare la mia sofferenza, allora sono pronta. Il senso ultimo  della carità cristiana sta appunto nel sacrificio dell’innocente per la salvezza e il miglioramento di un altro essere umano. Qualcosa di simile ai sacramenti possono fare i seguaci di Cristo sulla base di quanto Egli ha istituito per la salvezza degli uomini: i cristiani come membri del corpo mistico di Cristo possono pregare ed offrire le proprie sofferenze l’uno per l’altro. Se ciò avviene in forma che trascende le leggi naturali, si realizza la cosiddetta sostituzione mistica”. (T. Neumann

   E quand’anche non dovessero uscire parole dalle labbra a esternare tale sofferenza, si sappia che il dolore, preferibilmente silente e sommesso, è già di per sé orazione… forse la più gradita a Dio Padre. Così infatti pregò il Dio umano (Gesù) nel momento culmine del suo dolore.

   La preghiera del silenzio, il silenzio del Padre in risposta alla prima richiesta del Figlio di risparmiarlo dal dolore, un silenzio orante e convincente il Figlio a cambiare lui idea accettando il volere del Padre. Questo silenzio che poi diverrà il soave silenzio eucaristico, dove il “Dire” (il “Verbo”) e il “Fare” (Verbo fattosi Carne) trovano sintesi nell’ “Essere” (Eucaristia). Dire, Fare, Essere… Parola, Carne, Pane.

   Scrive il poeta Mario Luzi: “La preghiera comincia dove termina la poesia, quando la parola non serve più e occorre un  linguaggio altro”.

   Mi piace segnalare un libro a questo riguardo, un libro avuto in regalo da una delle due autrici, Suor Caterina Ciriello, docente di Teologia Spirituale e Storia della Spiritualità presso l’Università Urbaniana di Roma, scritto in collaborazione con Suor Angela Maria Lupo, passionista di San Paolo della Croce e professoressa di Sacra Scrittura nell’Istituto di Catechesi e Spiritualità Missionaria della Pontificia Università Urbaniana e membro ordinario del Comitato Scientifico della cattedra “Gloria Crucis” alla Pontificia Università Lateranense.

Caterina Ciriello – Angela Maria Lupo, LA MISTICA DELLA SOFFERENZA (Itinerario biblico-spirituale per ri-definire il volto di Dio e dell’uomo) con prefazione di Gianni Sgreva – Edizioni Messaggero Padova, gennaio 2024.

(Gigi Avanti)

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TRE PENSIERI

TRE BREVI CONSIDERAZIONI SU “diversamente”, “benedire”, “perdonare”

  1. GLI AVVERBI SI LAMENTANO di essere adoperati strumentalmente.

   Da quando è entrato in vigore, nel frasario di costume, l’uso dell’avverbio “diversamente” si è generata una drammatica confusione, ha preso paradossalmente luce uno scenario nebbioso nel quale risulta difficile discernere la linea di demarcazione o il confine tra lecito e illecito, tra normale e non, tra bene e male.

   Ci si è incamminati, insomma, su un viottolo scivoloso e  pericoloso e sembra si stia raggiungendo un punto di non ritorno.

   Senza voler indagare le ragioni profonde e magari sonnecchianti nell’inconscio  a spiegazione di tale fenomenologia del pensare, è però opportuno e doveroso, se non  urgente, segnalare che tale modo di pensare e di argomentare dove la fa da padrone i’avverbio “diversamente” spesso in complicità con l’aggettivo “differente”, non è filosoficamente sano.

   Dire di chi è triste che è“diversamente felice” o sostenere che la situazione esistenziale dell’omosessualità possa dirsi essere quella di una “differente normalità” cancella con un colpo di spugna il discorso etico in generale incoraggiando qualsiasi comportamento e il suo contrario.

   Di questo passo si potrebbe anche parlare di “diversamente sano” per chi è malato, di “diversamente fedele” per chi tradisce moglie o marito, di “diversamente regolare” per chi è irregolare fino ad arrivare, sempre paradossalmente parlando, al punto di dire “diversamente vivo” per chi è morto.

   Opportuno ricordare che l’etimologia della parola “diversamente” è quella di “divergere”, il cui significato è quello di “allontanarsi”, allontanarsi cioè dalla strada maestra della normalità, della liceità, del bene, della verità.

  • LE BENEDIZIONI SI LAMENTANO di essere mal usate!

 Il “benedire”, infatti,  è una funzione che magari potrebbe “disfunzionare” quando qualcuno la volesse usare male. Il titolare primo del benedire è il Creatore, dalla quale  considerazione  deriva che potrebbe verificarsi un cortocircuito qualora qualcuno osasse “dire bene” di situazioni esistenziali irregolari, di peccato o comunque non propriamente in linea con il dato creaturale originario di cui, ripeto, è titolare Dio.

PERDONARE (e consequenzialmente benedire) comporta il riconoscimento del proprio stato di peccato.

La funzione del “perdonare” postula il previo riconoscimento, da parte della persona in situazione di fallo o di peccato, della propria situazione di bisogno di misericordia e, più ancora, richiede l’umile richiesta di venire perdonata. Va bene, come afferma qualcuno, partire dalla misericordia e non dal peccato, ma questo comporta di fare  come fece Gesù con l’adultera per la quale Egli ebbe “misericordia” (la perdonò) ma dopo aver rimosso il peccato che faceva da ostacolo alla “benedizione misericordiosa”.  

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CHI HA TEMPO NON ASPETTI TEMPO!

NON AVEVO TEMPO

   Tra le tante giornate nazionali o mondiali che si celebrano ogni giorno figura anche la “giornata del dono”. Per “dono” o “regalo” non si può intendere però solamente l’immensa “oggettistica” incaricata di comunicare affetti, riconoscenza, devozione. Fare regali è bello, ma ancor più bello è “donare il proprio tempo”.

   Infatti,la frettolosità che caratterizza molti istanti del nostro vivere i rapporti con le persone, penalizza di molto la capacità di donare il proprio tempo a chi si incontra.      Donare il proprio tempo, si propone come forma di regalo singolare e preziosa rispetto alla forma, pur bella, del regalare delle cose.

   Fare dono del tempo è fare dono di se stessi, è la forma più raffinata dell’amore, dell’amore gratuito. Come ha fatto Dio Padre donando al mondo se stesso nel Figlio Gesù grazie allo Spirito Santo al mondo. Gesù è il dono integrale del “tempo” che Dio Padre ha fatto all’umanità. Dio non ha sprecato tempo. Gesù è il tempo che Dio ha speso per noi, che ha dedicato a noi, che ha donato a noi.

   Capita spesso, quando due persone si incontrano e si stanno salutando, di sentir dire da una di loro: “Allora ti saluto, ma ci vediamo, ti telefono io”. Se l’altra persona, anziché rispondere con il formale “Si, va bene, ciao” , dovesse rispondere: “Quando?” metterebbe  in difficoltà il primo interlocutore perché costretto a dare una data, un orario.

   Tempo e spazio sono i contenitori del dono più bello e prezioso che si possa immaginare, il dono di se stessi nel “qui ed ora”, in totale semplicità e gratuità.

   Qui di seguito, il dono di questo bellissimo aneddoto sul quale meditare.

   Un giorno come oggi sono stato invitato a incontrare Dio ma non ho avuto tempo.

 Avevo sempre cose da fare a casa: lavoro, studi, amici.  Comunque, non ho mai

avuto tempo. Fino al momento  di morire e quando mi sono presentato davanti a Dio ho visto che aveva tra le mani un libro. Era il libro  della vita.

   Dio sfogliò le pagine del suo libro e disse: “Non ho trovato il tuo nome, stavo per

scriverlo una volta MA NON AVEVO TEMPO!”.

   In quel momento mi sono ricordato quei giorni in cui non avevo tempo per DIO.

Poi Lui è tornato, mi ha guardato negli occhi tristi  e con un sorriso angelico mi ha detto:

 “Non preoccuparti figlio mio, avrò sempre tempo per te. Tuttavia, adesso tornerai di

 nuovo sulla terra per insegnare questa lezione di vita che è:

NON DIRE MAI CHE NON HAI TEMPO PER DIO!”.

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I COLORI DELLA COPPIA

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DA MEDITARE

Leggo che molti hanno già scritto delle bellissime parole

pronunciate dal maestro Giovanni Allevi. Qui vi riporto

cosa disse a Famiglia Cristiana tre anni fa tra le altre cose:

«La visione proposta oggi dal cristianesimo è assolutamente dirompente. L’attuale cultura dominante è infatti centrata sul nichilismo, per cui il nostro valore e la nostra identità dipendono esclusivamente da un giudizio e un riscontro esterno. Tutto il mondo dei social e dei talent show è fondamentalmente nichilista: contano il numero dei like e dei follower. Ecco allora sopraggiungere un’ansia diffusa, soprattutto tra i giovani: un disagio nuovo che i nostri genitori non conoscevano. Il risultato del nichilismo è un perenne senso di inadeguatezza, di esclusione dal mondo, di proiezione verso l’esterno nell’urgenza di dimostrare sempre di più. Il cristianesimo propone una visione opposta e ci dice: io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo. I filosofi direbbero uno statuto ontologico, un senso delle cose. Tutte le più grandi personalità dell’arte, della ricerca scientifica, del pensiero, non si sono mai curate del riscontro esterno; hanno inseguito le proprie visioni anche a costo di andare incontro all’incomprensione”».

E ancora:

«Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nonostante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza».

(Da Famiglia Cristiana del 7/1/2021)

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VICINO A CHI SOFFRE

SAPER RESTARE VICINO A CHI SOFFRE

Chi di noi non ha vissuto l’esperienza della sofferenza? Malattia e morte sono da sempre compagne della nostra vita e di quella delle persone a noi vicine.

Chi di noi non si è domandato il perché della sofferenza, specie della sofferenza dell’innocente? Questa domanda non ha risposta, ma può indurre l’anima credente a cercarla nello spazio infinito del mistero. Ed in questo spazio di mistero l’anima credente trova anche una soluzione operativa: quella dell’avere cura di chi soffre (anche di se stessi, quindi), quella del “saper restare” accanto a chi soffre. Prendo spunto da uno scritto di Massimo Recalcati.

 “Ne La peste Albert Camus descrive l’esperienza della malattia e della morte nella forma estrema di una epidemia pestilenziale. Paneloux, il sacerdote della città invasa dalla peste, tiene due prediche in due diversi momenti dell’ondata epidemica.

   Una all’inizio, quando la curva del contagio ha appena iniziato la sua tremenda impennata; l’altra nel suo punto più alto, quando i morti hanno prevalso sui vivi e l’avvenire è diventato pesantemente incerto.

   Nella prima predica il prete parla dal pulpito in una chiesa gremita di fronte a un popolo impaurito e smarrito. La sua voce è forte e ammonitrice e impone una lettura teologica della peste fondata sul principio della maledizione: il male che ci ha colpiti non è fatto estraneo al male che abbiamo fatto. La peste è il flagello che Dio ha scatenato contro l’uomo affinchè l’uomo possa comprendere la gravità dei suoi peccati.

    Ma tra la prima e la seconda predica il prete ha visto morire tra le sue braccia, in una lenta e straziante agonia, un bambino.  

   Nella seconda predica la voce del prete appare “più dolce e riflessiva”, le sue parole non hanno più alcun tono di rimprovero.

   Il suo ragionamento sovverte uno ad uno i principi teologici che avevano ispirato la sua prima predica: non è vero che la peste ha un significato morale, non è vero che in essa si manifesta la volontà di Dio, non è vero che è la sua punizione inflitta agli uomini per i loro peccati, non è vero che è un segno della Provvidenza.

   La sola cosa vera è che la peste è un male “inaccettabile” che porta la morte ovunque e che la nostra ragione non è in grado di spiegare perché la sua violenza resta in se stessa inspiegabile, illeggibile, senza ragione.

   Dunque cosa fare? E’ qui che le parole del prete illuminano il  presupposto di ogni esperienza umana della cura.

   Egli racconta che durante la grande pestilenza di Marsiglia, degli ottantuno religiosi presenti nel convento della Mercy solo quattro sopravvissero alla peste. E, di questi quattro, tre fuggirono per salvare la loro vita.

   Ma almeno uno fu capace di restare. E’ questa l’ultima parola che il prete consegna ai suoi fedeli: dobbiamo provare a essere quelli che sanno restare.

    Saper restare è effettivamente il nome primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello  di chi è caduto. In termini biblici è ciò che illumina la parola “Eccomi” che rende umana la cura non abbandonando nessuno alla violenza inaccettabile del male. Non dando senso al male, ma restando accanto a chi ne è colpito”.  (Massimo Recalcati, A PUGNI CHIUSI (Psicoanalisi del mondo contemporaneo), Feltrinelli, maggio 2023.

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MASSIME UTILI

MASSIME UTILI PER LA VITA

“Sì, forse l’estrema forma di saggezza consisterà proprio
nel lasciarsi guidare dalla vita”. (Diana Carnevale)
“Dio sa che esisto e questo mi basta”. (San Giovanni XXIII)
“La semplicità è la somma di tutte le virtù”. (San Padre Pio)
“Quando il male non dipende da noi: tacere, pregare, soffrire”.

(Evagrio Pontico)

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