SE ACCETTI DI NON CAPIRE, INCOMINCI A CAPIRCI QUALCOSA

LA PREDISPOSIZIONE AL TRASCENDENTE

   Da tempo alcuni pensatori si sono posti il problema della possibilità di scoprire se vi possano essere, nell’animo umano, delle “predisposizioni”, per così dire naturali, per l’accesso al “trascendente”. La possibilità di accedere al “mistero” sarebbe iscritta (imprinting) nell’animo umano e si attiverebbe grazie bisogno di superare il limite dell’”immanente”. Sembra quindi assodato, che l’essere umano nasca con una predisposizione naturale a desiderare e a cercare Dio. Riconoscere tale predisposizione come “grazia” dovrebbe esserne la conseguenza.

   Tale considerazione è stata provocata dalla lettura de libro dell’Andreoli avuto in dono dalla nostra collega Margherita Baccarini. Eccone brevi stralci:   

   “Credo sia emersa in modo convincente la disposizione a, come caratteristicadella struttura del nostro cervello, un mondo-altro: a quello della trascendenza, che si presenta come un bisogno dell’uomo. (…) Ciò che invece emerge è il suo riferimento a un essere supremo, a Dio, verso cui l’uomo tende, partendo dai propri limiti e avvertendo il desiderio di superarli. (…) Con la trascendenza si configura un mondo che chiarisce il mistero e pone sulla scena umana Dio, il personaggio della trascendenza”. (Vittorino Andreoli, IL CERVELLO CHE GURDA IL CIELO, Alla ricerca del padre eterno – Piemme 2025)

                               CAPIRE IL MISTERO O ACCETTARLO?

Un mistero è un oggetto o un avvenimento che sconcerta la nostra mente perché non riusciamo a spiegarlo. I monoliti di Stonehenge, per esempio, ad oggi rimangono un mistero. La parola deriva dal greco “mysterion”, che significa “rito segreto o dottrina.” Un grande sinonimo di mistero è enigma. Usiamo questa parola tutte le volte che vogliamo descrivere cose che non capiamo, dai cerchi nel grano, agli UFO, dalle origini dell’universo al funzionamento del cervello umano.

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“Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”. (Einstein)

“L’ultimo passo della ragione è quella di ammettere che vi sono cose che la superano”.

“Ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto”. (Confucio)

“Se si toglie il mistero, non si capisce più niente”. (Pronzato)

“Per chi crede nessun spiegazione è necessaria, per chi non crede nessuna spiegazione è possibile”.

“Il mistero non è nemmeno immaginabile, è semplicemente una risposta incomprensibile a una domanda paradossale. E, allo stesso tempo, necessario per capire in un mondo altrettanto strano e indefinito” (Andreoli)

“Credo ut intelligam” significa “credo per capire” ed è una frase latina introdotta da Sant’Anselmo d’Aosta (1033 – 1109), che descrive il rapporto tra fede e ragione. Secondo questa concezione, la fede è la base necessaria per la comprensione, mentre la ragione aiuta ad approfondire e a rafforzare la fede. Questa espressione fa parte di una più ampia filosofia del rapporto tra fede e ragione, ripresa da Sant’Agostino (354 – 430) con la formula “credo ut intelligam et intelligo ut credam” (credo per capire e capisco per credere). Origine: Sebbene Sant’Anselmo l’abbia resa celebre, il concetto ha le sue radici nel pensiero di Sant’Agostino, che la utilizzò per risolvere il problema della non-conoscibilità di un Dio trascendente.

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