LA METAFORA DELL’ALBERO E DEI FRUTTI
(Ovvero, come mai Adamo ed Eva hanno toppato)
(Ovvero dell’equivoco secondo il quale ci si può comportare male, ma facendolo bene)
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La storia di Eva ed Adamo ai quali il Creatore aveva detto di mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne quelli di uno, l’albero della conoscenza del bene e del male, è ampiamente conosciuta e gioca sulla metafora di albero e frutti.
Fuori di metafora, in sintesi, è come se il Creatore avesse detto alle sue creature fresche di creato: “Comportatevi bene e non comportatevi male”.
In gioco c’era la riuscita o meno dell’esistenza umana, da non prendere sottogamba. Cosa che invece è accaduta ad Adamo ed Eva che sono stati tentati dal diavolo a pensare che si potesse fare il male compiendolo bene. E che non era vero che a comportarsi male si sarebbe finiti male e addirittura morire (come aveva detto il Creatore), dal momento che lui, il diavolo, aveva fatto proprio questo ed era tuttora vivo e vegeto!
Continuando nella lettura spirituale della metafora, si scopre che un albero può dare frutti, ma ad una condizione, quella di avere radici ben affondate in un terreno dal quale trarre tutta quella linfa di cui ha bisogno.
L’aforisma: “Senza radici non si vola”, allude alla dinamica dell’equilibrio esistenziale che è una dinamica fondamentale della vita, dinamica che vede connessi in maniera inscindibile passato e futuro, tradizione e innovazione, staticità e dinamismo, stabilità e movimento. Frutta e radici, quindi, a garantire la soddisfazione di un bisogno di equilibrio dinamico permanente.
A proposito di frutti, nella Familiaris Consortio si trova questa perentoria affermazione: “I frutti dello Spirito sono comandamento di vita”. Come dire che occorre comportarsi con “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.” (Galati, 5, 22-23).
Ne consegue che tutto ciò diventa possibile per l’anima se ben radicata in Dio, così che il suo comportamento sia benefico per sé e per i suoi fratelli in umanità.
È anche bello e suggestivo, ora, affiancare a tale lettura spirituale della metafora dell’albero e dei frutti, una lettura più prettamente psicologica riguardante i frutti letti come sentimenti.
I frutti, infatti, sono il comportamento finale visibili delle piante, così come i sentimenti sono la parte terminale e visibile di tutto un processo interiore invisibile.
Ad essere invisibili sono invece le radici (per quanto attiene all’albero)e i bisogni (per quanto riguarda la psiche).
Da ciò deriva questa curiosa equazione: i frutti stanno alle radici come i sentimenti stanno ai bisogni.
Cosa fare allora quando si è alle prese con le proprie emozioni o con quelle degli altri? Quale la domanda da porsi o da porre?
Questa la domanda a cui saper rispondere per avere accesso al mondo dei veri bisogni: chi piange, chi è in collera, chi ha paura, chi gioisce, di cosa ha bisogno, in radice nel qui ed ora?
Il ricorso alla metafora della raccolta dei frutti può aiutare a trovare la risposta capace di garantire una gestione sana delle emozioni e dei sentimenti.
La raccolta della frutta dipende totalmente dal tipo di frutta, Una mela, un fico d’india, un caco, l’uva, non si possono cogliere allo stesso modo.
E questo vale anche per le emozioni e i sentimenti che ne derivano. Non si possono cioè cogliere, gestire o trattare GIOIA, TRISTEZZA, COLLERA, PAURA allo stesso modo.
Non dovrebbe cioè accadere quello che accade in alcune situazioni relazionali diffuse e consuete, quello cioè di intimare sbrigativamente a chi è nella collera di “non arrabbiarsi”, a chi è nella tristezza o nel dolore o nel pianto di “non piangere”, a chi è accerchiato dalla paura di “non aver paura”, ed a chi è euforico di gioia di “contenersi”.
Questo comportamento di “negazione” dei sentimenti equivale al comportamento del cogliere i frutti delle piante per buttarli via ed anche, paradossalmente parlando, al comportamento di chi dice a chi è preoccupato “non ti devi preoccupare” o a chi si lamenta per il mal di denti “non devi avere il mal di denti!”.
Allora c’è da chiedersi: “Di cosa ha bisogno, in radice, chi è nella paura, nella tristezza, nella collera, nella gioia?”.
- Chi ha paura ha bisogno di protezione. (Ego pro te, io sono qui per te).
- Chi è nella tristezza ha bisogno di consolazione. (Io sono qui solo con te).
- Chi è nella collera ha bisogno di calma. (Io rimango calmo).
- Chi è nella gioia ha bisogno di condivisione. (Che bello condividere con te).
E per ogni sentimento andranno trovate parole, gesti, silenzi congrui , ricordando che:
“Le parole servono la mente, i gesti servono il cuore, il silenzio serve l’anima”.
E mente, cuore e anima delegano molto, se non tutto, del loro mondo a un corpo, un corpo che parla, un corpo che parla con un suo personalissimo linguaggio, quel linguaggio da ascoltare con pazienza, rispetto, soavità, sorriso.
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