CIAO MAMMA…

QUNADO E’ MORTA LA MIA MAMMA

                   (15 novembre 2007)

   “Caro Gigi, ho saputo da Maria Giovanna della partenza per il Cielo (15 novembre 2007) della tua mamma. Vorrei testimoniarti la mia vicinanza, farti arrivare il calore della mia amicizia.  Proprio oggi pensavo che più ci si fa adulti, più è necessario vivere una nuova beatitudine: “Beati quando vi separeranno…”.

   Ci si separa, nelle piccole cose, quando sentiamo la differenza speciale dell’altro, ci si separa quando dobbiamo terminare un momento d’incontro profondo e felice; ci si separa quando dobbiamo accettare una frattura, una lontananza non voluta, ma agita dall’altro.

   Più forte, ma  non ultima e definitiva, la separazione tra chi è ancora in cammino sulla terra e chi  sta già in Cielo.

   Certo, con l’esercizio nelle “piccole separazioni”, e con l’aiuto di Dio per le grandi, possiamo trasformare questa esperienza in  beatitudine”.

   Questa è una delle più belle lettere di partecipazione al dolore del mio cuore per la “partenza al Cielo!” della mia mamma.

   Quando è morta la mia mamma, dopo 93 anni di “una vita lunga e piena di sofferenze”, come era ogni tanto solita ricordare lei, per averglielo profetizzato un prete nel periodo della sua giovinezza, io ero lontano.

   Era da tempo che le ero lontano, pertanto l’evento della sua scomparsa mi ha in  un certo senso preparato alla separazione.

   Le ero lontano fisicamente, ma vicino,  così come mi sono stati vicini tanti amici pur essendo lontani.

   Lontano, vicino… sono, come tante altre, parole precarie, povere e che prendono senso, gusto e sostanza dal contenuto che gli si vuole attribuire di volta in volta.

   Giocando di paradosso, però, ci togliamo una volta per tutte il peso di dover ricorrere a spiegazioni capaci di dar contorni di senso, di gusto e di sostanza a questo contenuto.

   Basterebbe infatti chiedersi: “lontano relativamente a cosa, in che senso”, ed anche “vicino in che senso”, per spiazzare la mente, desiderosa, come sempre, di capire.

   Giocando di paradosso, ci lasciamo beneficamente stordire da espressioni che sembrano fare a botto tra loro, quali ad esempio “Talvolta il miglior modo di stare vicino a una persona  è proprio quello di starle lontano”, e dal versante opposto “Lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

  Giocando di paradosso, ci è anche data la possibilità di uscire dallo stato di stordimento susseguente ad una morte e così accade al dolor di diventar finanche soave.

   Quando è morta la mia mamma, quindi, ero lontano da lei, ma mi sentivo vicino… al contrario, paradossalmente parlando, di quando sono nato dove, pur essendo vicino, non mi sentivo certamente vicino.

   Questo è il mistero, forse gaudioso, doloroso, luminoso e glorioso nell’insieme, del soffrire e del gioire umani.

   Essere vicini o sentirsi vicini… essere lontani o sentirsi lontani. Ed anche… essere vicino e sentirsi lontano, essere lontano e sentirsi vicino, essere libero o sentirsi libero.

   Essere o sentirsi, quindi. E’ forse questo, allora, uno dei misteri del soffrire e gioire umani? Essere incompresi o sentirsi incompresi… essere amati o sentirsi amati… o non sentirsi amati.

   Fin dentro a  questi interstizi dell’anima si è potuto infilare il seme del male. Fin dentro questi anfratti dello spirito il cacciator di frodo  dell’anima ha potuto sparare i semi del dubbio e del tentennamento, capaci di ferire a morte la gioia di sentirsi nel cuore di Dio appunto perché veramente dentro.

   Quella gioia di vivere che la mia mamma ha sovente esperimentata turbata da un soffrire strisciante e persistente, fatto di delusione delle sue aspettative sul mio destino di figlio lontano, o forse anche turbata, tale gioia, da chissà quali reconditi e ossessivi pensieri. Forse… forse, chissà.

   Ma quanto lacerante può diventare questo esercizio del ragionare sul forse, sul chissà  così simile al buttar amo ed esca nell’oceano dell’infinito, senza mai pescare alcunché.

   Quanto invece è pacificante e riposante sbarazzarsi di amo ed esca e tuffarsi nell’oceano infinito del cuore di Dio!

   La mia amica Suor Maria Simona, benedettina claustrale sull’isola di San Giulio, mi fa pervenire questo brano di Don Giuseppe De Luca sul vero riposo dell’anima stanca e addolorata:

 “Avere una persona morta ed amarla, dà al nostro vivere segreto uno spazio, una luce, una certezza! I nostri morti sono più vivi di noi  nella nostra vita. Se noi li amiamo, ci rendono sacra la terra che li ha ricevuti e ricoperti, e li custodisce per la risurrezione. Ci rendono più vivo e tiepido il sangue nostro, che continua il loro sangue. Ci rendono l’anima meno solitaria e chiusa: amici delle ore più segrete e, fuori ,ormai, dello spazio, del tempo, di tutte le nostre limitazioni. Con loro si può sempre parlare. Sono la parte di noi già nell’eterno”

   Gesù, a chi lo seguiva da vicino, una volta disse: “Venire in disparte e riposatevi  un po’”. E lo dice anche oggi a tutti, vicini e lontani, di cui conosce stanchezza e angoscia, lamento e dubbio, scoramento e rabbia, dolore e pianto.

   Buon riposo, mamma, adesso che sei vicina a Gesù e alla sua Mamma… ed anche a me… e salutami papà.

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Questo pezzo è stato pubblicato dalla rivista LA SACRA FAMIGLIA, n. 1 2008

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