NON PUO ESSERE UN DIRITTO QUELLO CHE NON E’ UN BISOGNO!

DIRITTI E BISOGNI: UN DUELLO MORTALE (diabolico?)

   Certa cultura di oggi ha la bocca piena della parola diritto. Ma è così sicuro che tutto quanto viene qualificato come diritto lo sia veramente?

   In chiave di logica filosofica (cultura) e antropologica (natura) sembrerebbe di noi. E infatti non lo è.

   E non lo è quando un diritto contraddice il bisogno. Il bisogno è più profondo del diritto e quando il diritto si antepone al bisogno fino a prenderne il posto, si è completamente fuori strada. Non può essere diritto quanto non è bisogno!

   Tutta la letteratura scientifica si trova concorde nell’affermare il principio secondo il quale si cresce in virtù della soddisfazione di bisogni fondamentali (primari).

   E i bisogni fondamentali che garantiscono la crescita integrale della persona umana sono i bisogni attinenti la sfera fisico – materiale (mangiare, bere, respirare) e i bisogni attinenti la sfera psico – spirituale (il bisogno di stimoli, di contatto, di riconoscimento, sessuale inteso in senso ampio, di indipendenza, di struttura del tempo). E la soddisfazione di questi bisogni va a soddisfare il bisogno di verità (la mente ha bisogno di ciò), il bisogno di amore (il cuore ha bisogno di questo) il bisogno di Dio (l’anima ha bisogno di questo).

   Da queste radici dei bisogni, fondati tenacemente nel terreno della natura, possono nascere poi e germogliare i vari diritti; diritti che, in linea logica e metaforicamente parlando, rappresentano i frutti.

   Può un frutto avere diritto di esistere senza ramo, tronco, radice, terreno? Senza radici non si vola ammonisce un simpatico aforisma; aforisma  che potrebbe diventare “Senza radici non si esiste”.

   E adesso veniamo al concreto. Il tanto urlato “diritto di abortire” è un bisogno? Se non lo è (e non lo è), la pretesa di volerlo riconosciuto è semplicemente folle.

   Sopprimere un essere umano è un bisogno? Se operare il male fosse  un bisogno sarebbe la fine della vita, la fine dell’essere, sarebbe un non senso ontologico.

   “Operare sequitur esse” (in latino: “l’agire segue l’essere”) è un principio dell’ontologia tomista secondo cui l’azione di ogni ente dipende dalla natura dell’ente stesso e, forse ancor di più, dal fatto che essere è, in sé, un atto.

   Se non è un bisogno non può essere ovviamente, a rigor di logica, un diritto. Anche nel gergo comune circolano espressioni come queste: “Ma c’era proprio bisogno?”.    Appunto, che bisogno c’è di uccidere un essere umano che vanta proprio (paradossalmente parlando) il diritto di vivere?

   Di più, quale è la finalità di voler uccidere? E’ risaputo infatti che a costituire un atto  che voglia dirsi compiutamente umano vi debba essere  una motivazione di partenza che induce all’azione e una finalità da raggiungere. In mancanza di finalità l’atto non è compiutamente umano, è monco, talvolta disumano, come avviene nel caso dell’abortire.

   Un diritto è tale quando e se non contraddice un bisogno. Un diritto è tale quando ha una finalità non contraria al bisogno. E’ stato già affermato: “Il fine giustifica i mezzi, quando questi non contraddicono il fine”.

   Il fine dinamico e radicale di ogni essere umano è quello di vivere (si nasce per vivere). Il diritto di vivere si fonda sul bisogno di vita iscritto nella natura dell’essere. Il diritto di uccidere non trova spazio alcuno in una sana filosofia di vita.

   Che un delitto si camuffi da diritto è una delle operazioni più diaboliche mai escogitate dal pensare umano. Da quel pensare umano presente in certa cultura che ha accantonato (se non eliminato) Dio dal proprio orizzonte. Scriveva Gustav Jung: “Molte nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”

(Gigi Avanti)

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