IL PARADOSSO DI AMORE E DOLORE

A CHE CONDIZIONE IL SOFFRIRE DI AMARE DIVENTA AMARE DI SOFFRIRE?

                                             (Il paradosso di amore e dolore)

   A nessuno piace soffrire, eppure il dolore è  una realtà della vita. A ciascuno piace amare ed essere amato, appunto perché l’amore è una realtà della vita. Come uscire da questa apparente contraddizione? Semplicemente prendendo consapevolezza ed accettando di buon grado che le due realtà facciano parte della vita. E’ questa infatti la posizione e la fisionomia dell’adulto tratteggiata dalle scienze umane. Scrive infatti Freud: “Si diventa adulti quando oltre a fare quello che piace si fa anche quello che costa”. Accettare che amare comporti anche soffrire e che amore e dolore siano intrecciati indissolubilmente è una realtà esistenziale, è il livello umano adulto al quale è giocoforza posizionarsi.

   C’è però un livello superiore, per i credenti, dove il “soffrire di amare” può diventare addirittura “amare di soffrire” ed è il livello, per così dire, mistico.

   Sembra essere, questo, un livello impossibile da raggiungere e sul quale posizionarsi stabilmente. Cosa possibile però ad un solo patto, a patto o a condizione che sia la causa del Regno di Dio il parametro di riferimento o la stella polare della propria scelta e condotta di vita. 

   Vivere in funzione di questa unica causa (“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”)  è possibile però grazie all’orazione. Una orazione somigliante a quella rivolta da Gesù al Padre nella notte tragica del Getsemani dove l’angoscia lo schiaccia e il sudore della fronte è di color rosso  (le lacrime dell’anima sono sangue).

   Tale sudore si placa quando Gesù, dopo aver tentato di far cambiare idea al Padre sul  tragico epilogo del suo vivere umano che lo attendeva, si consegna, si abbandona fiducioso al mistero  dell’amore – dolore. 

   Soffrire di amare diventa allora amare di soffrire, come vuole il Padre. E come esperimentò Dio in anteprima in prima persona quando per rimediare alla disobbedienza originale  di Adamo ed Eva e ai tradimenti del suo popolo volle “farsi Uomo” e “discendere” dal Cielo  per  “salvarci”.

   Dio soffre e patisce dolore, infatti quando, paradossalmente parlando, assiste apparentemente impotente al soffrire della sua creatura  disubbidiente e ribelle. La medesima sofferta impotenza silenziosa in risposta alla sofferente ubbidienza di Gesù nella tragica notte del Getsemani. Abbracciare la croce dell’ubbidienza al Padre è stato salvifico per Gesù ed è salvifico in assoluto per la creatura umana che ne segue le orme.

   E non può essere altrimenti che così, considerato che quando “l’Eterno” volle farsi “Tempo” (quando cioè il “nunc” volle farsi “fluens”…) tutto cominciò ad avere inizio e fine, nascita e morte, gioia e tormento, dolore e amore, danza e lamento. 

   Alternativa pare non possa  esserci, pertanto, per non mandare disperso il dolore e renderlo  invece proficuo  per sé ed anche per i fratelli nella fede. Anche perchè, come scrive Seneca: “Resistere al dolore maggior dolore arreca” (livello psicologico) e come scrive la mistica Teresa Neumann (livello spirituale mistico):

   “Qualche volta il Signore mi fa sapere che posso soffrire per qualcuno; non vi sono obbligata, ma quando so che il Signore se ne rallegra e che così posso procurare una grazia ad una persona perché il Signore vuole utilizzare la mia sofferenza, allora sono pronta. Il senso ultimo  della carità cristiana sta appunto nel sacrificio dell’innocente per la salvezza e il miglioramento di un altro essere umano. Qualcosa di simile ai sacramenti possono fare i seguaci di Cristo sulla base di quanto Egli ha istituito per la salvezza degli uomini: i cristiani come membri del corpo mistico di Cristo possono pregare ed offrire le proprie sofferenze l’uno per l’altro. Se ciò avviene in forma che trascende le leggi naturali, si realizza la cosiddetta sostituzione mistica”. (T. Neumann

   E quand’anche non dovessero uscire parole dalle labbra a esternare tale sofferenza, si sappia che il dolore, preferibilmente silente e sommesso, è già di per sé orazione… forse la più gradita a Dio Padre. Così infatti pregò il Dio umano (Gesù) nel momento culmine del suo dolore.

   La preghiera del silenzio, il silenzio del Padre in risposta alla prima richiesta del Figlio di risparmiarlo dal dolore, un silenzio orante e convincente il Figlio a cambiare lui idea accettando il volere del Padre. Questo silenzio che poi diverrà il soave silenzio eucaristico, dove il “Dire” (il “Verbo”) e il “Fare” (Verbo fattosi Carne) trovano sintesi nell’ “Essere” (Eucaristia). Dire, Fare, Essere… Parola, Carne, Pane.

   Scrive il poeta Mario Luzi: “La preghiera comincia dove termina la poesia, quando la parola non serve più e occorre un  linguaggio altro”.

   Mi piace segnalare un libro a questo riguardo, un libro avuto in regalo da una delle due autrici, Suor Caterina Ciriello, docente di Teologia Spirituale e Storia della Spiritualità presso l’Università Urbaniana di Roma, scritto in collaborazione con Suor Angela Maria Lupo, passionista di San Paolo della Croce e professoressa di Sacra Scrittura nell’Istituto di Catechesi e Spiritualità Missionaria della Pontificia Università Urbaniana e membro ordinario del Comitato Scientifico della cattedra “Gloria Crucis” alla Pontificia Università Lateranense.

Caterina Ciriello – Angela Maria Lupo, LA MISTICA DELLA SOFFERENZA (Itinerario biblico-spirituale per ri-definire il volto di Dio e dell’uomo) con prefazione di Gianni Sgreva – Edizioni Messaggero Padova, gennaio 2024.

(Gigi Avanti)

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