Archivi del mese: febbraio 2024
DA MEDITARE
Leggo che molti hanno già scritto delle bellissime parole
pronunciate dal maestro Giovanni Allevi. Qui vi riporto
cosa disse a Famiglia Cristiana tre anni fa tra le altre cose:
«La visione proposta oggi dal cristianesimo è assolutamente dirompente. L’attuale cultura dominante è infatti centrata sul nichilismo, per cui il nostro valore e la nostra identità dipendono esclusivamente da un giudizio e un riscontro esterno. Tutto il mondo dei social e dei talent show è fondamentalmente nichilista: contano il numero dei like e dei follower. Ecco allora sopraggiungere un’ansia diffusa, soprattutto tra i giovani: un disagio nuovo che i nostri genitori non conoscevano. Il risultato del nichilismo è un perenne senso di inadeguatezza, di esclusione dal mondo, di proiezione verso l’esterno nell’urgenza di dimostrare sempre di più. Il cristianesimo propone una visione opposta e ci dice: io posseggo un’identità, un valore, una scintilla interiore, indipendentemente da qualunque riscontro esterno, indipendentemente dal mio aspetto, dai risultati che ho ottenuto, dai giudizi e dalla stima che ricevo. I filosofi direbbero uno statuto ontologico, un senso delle cose. Tutte le più grandi personalità dell’arte, della ricerca scientifica, del pensiero, non si sono mai curate del riscontro esterno; hanno inseguito le proprie visioni anche a costo di andare incontro all’incomprensione”».
E ancora:
«Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nonostante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza».
(Da Famiglia Cristiana del 7/1/2021)
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VICINO A CHI SOFFRE
SAPER RESTARE VICINO A CHI SOFFRE
Chi di noi non ha vissuto l’esperienza della sofferenza? Malattia e morte sono da sempre compagne della nostra vita e di quella delle persone a noi vicine.
Chi di noi non si è domandato il perché della sofferenza, specie della sofferenza dell’innocente? Questa domanda non ha risposta, ma può indurre l’anima credente a cercarla nello spazio infinito del mistero. Ed in questo spazio di mistero l’anima credente trova anche una soluzione operativa: quella dell’avere cura di chi soffre (anche di se stessi, quindi), quella del “saper restare” accanto a chi soffre. Prendo spunto da uno scritto di Massimo Recalcati.
“Ne La peste Albert Camus descrive l’esperienza della malattia e della morte nella forma estrema di una epidemia pestilenziale. Paneloux, il sacerdote della città invasa dalla peste, tiene due prediche in due diversi momenti dell’ondata epidemica.
Una all’inizio, quando la curva del contagio ha appena iniziato la sua tremenda impennata; l’altra nel suo punto più alto, quando i morti hanno prevalso sui vivi e l’avvenire è diventato pesantemente incerto.
Nella prima predica il prete parla dal pulpito in una chiesa gremita di fronte a un popolo impaurito e smarrito. La sua voce è forte e ammonitrice e impone una lettura teologica della peste fondata sul principio della maledizione: il male che ci ha colpiti non è fatto estraneo al male che abbiamo fatto. La peste è il flagello che Dio ha scatenato contro l’uomo affinchè l’uomo possa comprendere la gravità dei suoi peccati.
Ma tra la prima e la seconda predica il prete ha visto morire tra le sue braccia, in una lenta e straziante agonia, un bambino.
Nella seconda predica la voce del prete appare “più dolce e riflessiva”, le sue parole non hanno più alcun tono di rimprovero.
Il suo ragionamento sovverte uno ad uno i principi teologici che avevano ispirato la sua prima predica: non è vero che la peste ha un significato morale, non è vero che in essa si manifesta la volontà di Dio, non è vero che è la sua punizione inflitta agli uomini per i loro peccati, non è vero che è un segno della Provvidenza.
La sola cosa vera è che la peste è un male “inaccettabile” che porta la morte ovunque e che la nostra ragione non è in grado di spiegare perché la sua violenza resta in se stessa inspiegabile, illeggibile, senza ragione.
Dunque cosa fare? E’ qui che le parole del prete illuminano il presupposto di ogni esperienza umana della cura.
Egli racconta che durante la grande pestilenza di Marsiglia, degli ottantuno religiosi presenti nel convento della Mercy solo quattro sopravvissero alla peste. E, di questi quattro, tre fuggirono per salvare la loro vita.
Ma almeno uno fu capace di restare. E’ questa l’ultima parola che il prete consegna ai suoi fedeli: dobbiamo provare a essere quelli che sanno restare.
Saper restare è effettivamente il nome primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello di chi è caduto. In termini biblici è ciò che illumina la parola “Eccomi” che rende umana la cura non abbandonando nessuno alla violenza inaccettabile del male. Non dando senso al male, ma restando accanto a chi ne è colpito”. (Massimo Recalcati, A PUGNI CHIUSI (Psicoanalisi del mondo contemporaneo), Feltrinelli, maggio 2023.
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MASSIME UTILI
MASSIME UTILI PER LA VITA
“Sì, forse l’estrema forma di saggezza consisterà proprio
nel lasciarsi guidare dalla vita”. (Diana Carnevale)
“Dio sa che esisto e questo mi basta”. (San Giovanni XXIII)
“La semplicità è la somma di tutte le virtù”. (San Padre Pio)
“Quando il male non dipende da noi: tacere, pregare, soffrire”.
(Evagrio Pontico)
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