TRE BREVI CONSIDERAZIONI SU “diversamente”, “benedire”, “perdonare”
- GLI AVVERBI SI LAMENTANO di essere adoperati strumentalmente.
Da quando è entrato in vigore, nel frasario di costume, l’uso dell’avverbio “diversamente” si è generata una drammatica confusione, ha preso paradossalmente luce uno scenario nebbioso nel quale risulta difficile discernere la linea di demarcazione o il confine tra lecito e illecito, tra normale e non, tra bene e male.
Ci si è incamminati, insomma, su un viottolo scivoloso e pericoloso e sembra si stia raggiungendo un punto di non ritorno.
Senza voler indagare le ragioni profonde e magari sonnecchianti nell’inconscio a spiegazione di tale fenomenologia del pensare, è però opportuno e doveroso, se non urgente, segnalare che tale modo di pensare e di argomentare dove la fa da padrone i’avverbio “diversamente” spesso in complicità con l’aggettivo “differente”, non è filosoficamente sano.
Dire di chi è triste che è“diversamente felice” o sostenere che la situazione esistenziale dell’omosessualità possa dirsi essere quella di una “differente normalità” cancella con un colpo di spugna il discorso etico in generale incoraggiando qualsiasi comportamento e il suo contrario.
Di questo passo si potrebbe anche parlare di “diversamente sano” per chi è malato, di “diversamente fedele” per chi tradisce moglie o marito, di “diversamente regolare” per chi è irregolare fino ad arrivare, sempre paradossalmente parlando, al punto di dire “diversamente vivo” per chi è morto.
Opportuno ricordare che l’etimologia della parola “diversamente” è quella di “divergere”, il cui significato è quello di “allontanarsi”, allontanarsi cioè dalla strada maestra della normalità, della liceità, del bene, della verità.
- LE BENEDIZIONI SI LAMENTANO di essere mal usate!
Il “benedire”, infatti, è una funzione che magari potrebbe “disfunzionare” quando qualcuno la volesse usare male. Il titolare primo del benedire è il Creatore, dalla quale considerazione deriva che potrebbe verificarsi un cortocircuito qualora qualcuno osasse “dire bene” di situazioni esistenziali irregolari, di peccato o comunque non propriamente in linea con il dato creaturale originario di cui, ripeto, è titolare Dio.
PERDONARE (e consequenzialmente benedire) comporta il riconoscimento del proprio stato di peccato.
La funzione del “perdonare” postula il previo riconoscimento, da parte della persona in situazione di fallo o di peccato, della propria situazione di bisogno di misericordia e, più ancora, richiede l’umile richiesta di venire perdonata. Va bene, come afferma qualcuno, partire dalla misericordia e non dal peccato, ma questo comporta di fare come fece Gesù con l’adultera per la quale Egli ebbe “misericordia” (la perdonò) ma dopo aver rimosso il peccato che faceva da ostacolo alla “benedizione misericordiosa”.
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