SFOGARE LA RABBIA O GESTIRE LA RABBIA
Due modestissime considerazioni (una che si ispira alla scienza spirituale e un’altra che si ispira alla scienza psicologica) su femminicidi, omicidi, uxoricidi, matricidi, figlicidi… che hanno in comune di essere tutti quanti dei fratricidi, cioè delle uccisioni di un fratello in umanità per mano del proprio fratello.
Il primo omicidio (omicidio originale), infatti, fu perpetrato da Caino che uccise il fratello Abele… e non c’era nessun patriarcato alle spalle…. anche se va detto, per inciso e senza voler turbare nessuno, che ci può essere un patriarcato buono e purtroppo anche un patriarcato deviato, degenerato, cattivo, violento, distruttivo delle relazioni, malefico.
E il “male” (deviazione dalla via del bene, degenerazione del bene non voluta certo dal Creatore Dio Padre) si era già inserito tra le pieghe della storia a causa dell’invidia da parte di Satana di non poter essere Dio.
L’invidia sembra essere, pertanto, la matrice di ogni peccato… compreso quello di Caino. Ed è noto che l’invidia si maschera, si camuffa al punto tale da non riuscire a riconoscerla e quindi a sradicarla dal cuore.
Un’altra breve riflessione è quella che riguarda la gestione delle emozioni, e nella fattispecie della gestione della collera o rabbia. La rabbia è una miscela di emozioni e sentimenti allo stato puro e solitamente scaturisce quando si ricevono delle disapprovazioni ai nostri comportamenti, dei “no”. Le “disapprovazioni non “disconfermano” la persona, ma solamente “rifiutano” determinati suoi comportamenti.
C’è subito da sottolineare pertanto che quando c’è collera o rabbia in circolazione tra due persone (o contro tutto e tutti o contro la vita… ), occorre rendersi conto che solitamente tale “rabbia” è riconducibile a un “bisogno” nascosto nel buio profondo dell’inconscio, e pertanto impossibile da soddisfare se non viene alla luce della coscienza.
E per portarlo alla luce della coscienza o della consapevolezza occorre attivare un modo di comandare soave ed empatico.
La domanda tecnica da porre a terze persone a da porre a se stessi potrebbe essere pertanto questa: “Posso sapere (o riconoscere) a cosa è legata questa rabbia, a quale pensiero e, più ancora, a quale fatto o evento reale è legato a sua volta questo pensiero? Come mai tutta questa rabbia contro l’altro o contro il destino o contro la vita? Preciso meglio e aggiungo. Posso sapere se questa rabbia incontenibile che sta sfogando è finalizzata a qualcosa o è uno sfogo per se stesso?”.
In genere la risposta a questa domanda è confusa o piena di “ perché” (“Sono arrabbiato perché….”). Con i “perché” si accede al mondo di pensiero che regge lo stato emotivo.
A questo punto, occorre saper individuare “dati di realtà” o “eventi concreti” a giustificazione di tali “pensieri” e di tali emozioni o sentimenti per verificarne la congruità.
Se non si arriva a questo punto si rischia di rimanere “arrabbiati o incolleriti” o confinati in una situazione di perenne e cronico “sfogo”(diverso da “manifestazione” della rabbia) fine a se stesso.
Lo “sfogo”, infatti, (etimologicamente, la parola “sfogo” deriva da “fuoco”) non ha finalità altre se non lo scarico di una pulsione (di cui non si conosce ancora la natura). Sfogarsi senza finalizzare a qualcosa tale sfogo, ha come risultato il semplice scarico di una pulsione. Scarico che diventa distruttivo per la persona che, secondo noi, ci ha fatto arrabbiare, ma anche per la persona che si sta sfogando (omicidio e suicidio?).
Da ricordare che il “fuoco” può essere utilizzato per almeno due scopi, uno distruttivo (per “bruciare”) e l’altro costruttivo (per “scaldare”).
Ne consegue che si può “manifestare” la propria rabbia in maniera “costruttiva” soltanto se si ha una finalità giovevole ad entrambe le persone che tengono alla loro relazione (o alla propria relazione con la vita) e ciò avviene se la persona “arrabbiata”riconosce quale è il vero bisogno recondito da cui proviene tale rabbia.
Quale è il bisogno insoddisfatto di chi prova rabbia? E’ un bisogno reale o non piuttosto una aspettativa sull’altro (o sulla vita) incaricato di soddisfare tale bisogno? Come mai “aspetta” da lui (o dalla vita) la soddisfazione di tale bisogno?
Fin tanto che la persona “arrabbiata” contro un’altra (o contro la vita) non riesce a riconoscere tale “bisogno” e come mai si “aspetta”da quell’altra persona (o dalla vita) la soddisfazione di tale bisogno, la situazione relazionale rimane bloccata.
Tale equilibrio tra ciò che ci si aspetta dalla vita e quello che la vita ci offre è un equilibrio quotidiano. La vita è un universo di continui equilibri
“Ho imparato, mediante amare esperienze, una lezione suprema: a preservare la mia rabbia; e, come il calore che non si disperde si converte in energia, così la nostra rabbia, dominata, (non “sfogata” quindi) può trasformarsi in una forza capace di muovere il mondo” (o di smuovere una relazione bloccata nella rabbia). (Gandhi)