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Una serie di scritti, suggestioni, aforismi ed emozioni raccolti nel corso del tempo

3° Incontro per la Pastorale Famigliare Foligno (Anna e Giorgio Longhi)

3) I TRE PILASTRI DEL RAPPORTO EDUCATIVO                

                               (Fiducia, Coerenza, Presenza)

   L’emerito Papa Ratzinger indirizzò tempo fa ai fedeli della Diocesi di Roma una lettera sull’ “emergenza educativa”. In questa lettera suggeriva tre atteggiamenti fondamentali per un rapporto educativo sano ed efficiente. I tre atteggiamenti sono: fiducia, coerenza, presenza.

   Tali atteggiamenti hanno  la prerogativa di poter essere applicati per qualsiasi situazione relazionale che veda da una parte un educatore e dall’altra un educando quale che sia l’età anagrafica dell’uno e dell’altro e, soprattutto, quale che sia il livello o grado di parentela di entrambi. In questo incontro, però, focalizziamo l’attenzione sulla relazione fondamentale, quella tra genitori e generati, tra padre – madre e figli e figlie.

   Dalla modalità con la quale si vive tale relazione,  possono derivare a cascata, seppur non sempre ed in maniera non  così rigida, molte delle altre molteplici relazioni esperimentabili nel corso della vita… compresa, paradossalmente parlando, quella con Dio.

   Per quanto riguarda la “fiducia” basterebbe fermarsi a riflettere con molta calma su questo brano del poeta Gibran che offre le motivazioni sulle quali basare tale fiducia. E’ un brano poetico e questo  ci può suggerire che l’educazione non è un fatto tecnico – scientifico, ma è essenzialmente “cosa del cuore2, come affermava san Giovanni Bosco.

I  VOSTRI FIGLI

   Per quanto riguarda la “coerenza” è illuminante nella sua sinteticità questo aforisma di sant’Ignazio di Antiochia: “Si educa molto con quel che si dice, ancor più con quel che si fa, molto di più con quel che si è”.

  Essere coerenti, paradossalmente parlando, può  addirittura ridurre il rischio di abbondare nel fare sermoni, prediche, raccomandazioni che, non di rado, finiscono per annoiare chi li ascolta.

   Questo brano  tratto da un libro di padre Duval (IL BAMBINO CHE GIOCAVA CON LA LUNA) è illuminante proprio a proposito del modo d’essere di padre e madre dal quale modo d’essere i figli possono, in maniera personalissima, decodificare e poi decidere il loro modo d’essere.

   Se ricordiamo poi  (e lo afferma tutta la letteratura psicopedagogica)  che, nella prima fase della vita, si cresce prevalentemente per via imitativa, il gioco è fatto.

   Per quanto riguarda la “presenza” è subito detto. Una presenza educativa di qualità consente ai figli (o a chi per loro) di sperimentale sulla propria pelle, in diretta, la fiducia di genitori ed educatori nei loro riguardi e di costatarne la loro coerenza.

   Un problema emergente oggi è proprio quello derivante dalla fregola da parte dei genitori di voler soddisfare i desideri dei figli…credendo di far bene,  non accorgendosi, però,  che così facendo, si penalizza la soddisfazione dei veri bisogni.

Per la soluzione di questo problema ho trovato questa sintetica “lettura” del fenomeno che mette d’accordo la scienza psicologica sana e la spiritualità vera.

“La tendenza dei genitori ad appagare ogni desiderio dei figli, per evitare anche il minimo conflitto, ha conseguenze negative nella crescita psichica. Sottrarre i propri figli alla prova dell’impegno, della responsabilità e della frustrazione, contribuisce a creare persone che sanno fare riferimento solo a se stesse, che vogliono essere appagare ad ogni costo. Per costoro gli altri diventano presenze che disturbano. Tutti dobbiamo sentire, come nostro, il compito di “educarci” reciprocamente, di prenderci cura l’uno dell’altro con vero amore e rispetto per la persona, che sia figlio, collega, amico, vicino di casa.  Una condizione essenziale per aiutare l’altro, è educare prima se stessi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri. Lui non fa “scendere fuoco sugli infedeli”, né permette agli zelanti di “falciare la zizzania” che invece deve crescere insieme al grano. Dobbiamo liberarci dalla rigidità, che condanna ed esclude, e aprirci alla fiducia che accompagna ed include. Solo lo Spirito sa penetrare nelle pieghe più oscure dell’animo umano e tenere conto di tutte le sue sfumature, perché emerga la verità di ciascuno, da illuminare con la buona notizia del vangelo”.

(Rosella Zilli,  LA SANTITA’ NEI TUOI GIORNI – Figlie di Maria SS.ma dell’Orto – 2019)                                                                                                   

   E per concludere è curioso constatare come lo stesso Creatore abbia privilegiato una strategia educativa dell’umanità veramente sorprendente… e magari da applicare, con i nostri grossi limiti, nella varie situazioni educative

   Queste le  tre fasi: la fase del dire, quella del fare e quella dell’essere. Fasi non necessariamente da interpretare in maniera rigida quasi che finita l’una ne incominci un’altra, ma da concretizzare in maniera fluida come se l’una si compenetri con l’altra…

   La fase del dire è quella delle Parola (“In molti e svariati modi Dio ha parlato…”) , la fase del fare èquella della parola che si fa Carne, per finire con la fase dell’essere che è quella del Pane.

   Allora sembra di poter dire, con estrema delicatezza, che l’azione educativa possa essere o paragonarsi o somigliare ad una sorta di pedagogia eucaristica

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W I PARADOSSI

   A proposito del divieto di fare le olimpiadi (o altre opere) per timore di infiltrazioni della corruzione… mi viene da pensare, in termini paradossali, che equivale al divieto di giocare a calcio o ad altro sport per timore di venire sconfitti… o al divieto di vivere per timore della morte!

Il Creatore (che è anche Dio e Padre) ha creato la vita… in barba alla morte! O no?

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CE LA FACCIAMO?

       RECUPERARE LA DINAMICA RELAZIONALE ORIGINARIA

                                (In principio era… la RELAZIONE…)  

    Nell’epoca del “mal di relazione” e del predominio di relazioni virtuali urge recuperare, da parte di tutti, la dinamica della relazione reale con le persone. L’esempio di Gesù che prima di rispondere al giovane ricco che gli aveva posto una domanda seria, prima di rispondere “fissatolo lo amò”, è di esempio. Scrive Mac Luhan che “il mezzo è il messaggio”, ma quando il mezzo con il quale si vuole comunicare un messaggio è la persona stessa,  ne consegue che tutto dipende da come questa persona “si relaziona” .

   E’ già il come ci si relaziona ad inviare il  primo messaggio. La meditazione per questo mese la traggo da uno scritto di Anselm Grun. E’ rivolta ai sacerdoti, ma ritengo possa essere utile anche a tutti coloro che, avendo come parametro dei propri comportamenti il bene supremo del Regno di Dio, vivono la loro quotidianità intessuta di tanti incontri… più o meno casuali.

                      IMPORTANZA DI UNA BUONA RELAZIONE

                          (pensato per i sacerdoti, ma utile per ogni cristiano)

  “La trasformazione per mezzo dell’incontro è proprio il compito della pastorale. Alcuni sacerdoti sono troppo preoccupati di dover convincere i fedeli  della morale e della dottrina della chiesa. Molto più importante del nostro ideale di predicazione è invece l’incontro che può essere sperimentato in ogni colloquio e soprattutto anche nella liturgia.

   Se nella liturgia io sono innanzitutto in rapporto con l’uomo, Dio lo trasforma di più di quando gli annuncio solo la retta dottrina.

   E se nella preparazione al battesimo e al matrimonio incontro veramente l’uomo, allora avviene in lui qualcosa di più di quando gli espongo i doveri degli sposi o dei genitori cristiani.

   Nel vero incontro Dio stesso può trasformare i cuori degli uomini. Il problema è se noi siamo capaci di simili incontri trasformanti.

   Essi richiedono apertura e rispetto dell’altro, libertà da pregiudizi, disponibilità a entrare hic et nunc in relazione con  l’altro, richiedono un atteggiamento per il quale quest’uomo è l’unico importante sulla terra in questo momento.

   Cura delle anime non significa solo trasformazione del singolo attraverso l’incontro, ma anche tenere sempre presente la comunità trasformata. Un presupposto per la trasformazione della comunità sta nella mia fede che Dio possa avviarla, che lui voglia abitarci e agire in essa. Io devo confidare che gli uomini siano pronti e aperti alla trasformazione. Anche qui non esistono trucchi banali per provocarla.

   Spesso inavvertitamente qualcosa nella comunità cambia, come il granellino di senapa, che per lungo tempo resta invisibile finché non diviene un albero a cui altri possono appoggiarsi e sui cui rami gli uccelli possono cinguettare. Devo solo credere in questa trasformazione e guardare con gli occhi della fede ciò che già sta crescendo.

   Se mi rivolgo a quanto sta spuntando e lo interpreto come un agire di Dio, esso può continuare a crescere. Ma nella fede devo anche rispettare i tempi durante i quali apparentemente non succede nulla.

   La fiducia negli uomini e  la preghiera per essi li trasformeranno. La preghiera renderà me stesso più sensibile ai segni dell’agire di Dio negli uomini. I rapporti all’interno della comunità rispecchieranno la mia capacità o incapacità di relazione. Perciò la comunità può cambiare silo se io cambio nelle mie relazioni e di nuovo mi fido di essa e confido che Dio l’abbia scelta come luogo della sua presenza. In tutto ciò devo rispettare le leggi della dinamica di gruppo. Esse mi possono aiutare ad avviare il processo di trasformazione, il che non nascerebbe mai per solo convincimento.

   Devo conoscere i presupposti psicologici, devo sapere cole gli uomini possono ridurre le loro paure e apprendere l’apertura.

   Lo stare insieme sincero e aperto nei colloqui e nell’agire comune trasformerà col tempo le relazioni vicendevoli e aprirà nuove strade.

   Gli appelli moralistici non cambiano la comunità. Devo percorrere insieme ad essa un cammino di esercizi comuni, che ci potranno cambiare.

   Un tale esercizio potrebbe essere, ad esempio, una quaresima programmata insieme, settimane comuni di digiuno, meditazioni in comune, la compartecipazione alla lettura della Bibbia; potrebbe consistere nel fatto che la comunità sia disponibile a un comportamento attento all’ecologia o che si curi degli emarginati. E’ importante che essa si muova insieme. Allora il cammino diventerà un cammino di trasformazione.

   Né la morale, né il dogma trasformano la comunità. Anche se la dottrina è ortodossa, approfondita e attuale, non ha in sé alcuna forza trasformante.

   Non la dottrina, ma il comune ascolto della Parola di Dio, la comune ricerca oggi della volontà di dio per noi trasforma la comunità.

   Il sacerdote in tutto ciò ha il compito di promuovere la ricerca e di fecondarla costantemente con le sue esortazioni.

   Può fare ciò,  solo se nella vita spirituale cerca veramente Dio, come Benedetto richiede al monaco per tutta la vita.

   Il sacerdote si deve preoccupare principalmente di offrire la sua anima a Dio e di tendere solo a Lui. Solo così può invitare la comunità in tutte le attività, a guardare sempre a Dio come unica sorgente di vita. Se il sacerdote lo cerca veramente,  avrà fiducia che anche la comunità si metta in cammino incontro a Dio e non si accontenti  delle sole attività pastorali”.

                                     (Anselm Grun, IL CORAGGIO DI TRASFORMARSI)

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ORAZIONE URGENTE

       Caro Dio, Padre mio

   Non so più come pregarti, visto quello che sta accadendo in questi giorni. Sono belle e comode le orazioni tradizionali, ma sento premere, dal fondo della mia anima, una invocazione altra.

   So che non esistono orazioni alternative che ti siano più gradite di quella insegnataci dal tuo Figlio e nostro signore Gesù (“Sia fatta la tua volontà”), purtuttavia oso ugualmente liberare il gemito della mia anima.

   Sono certo che tu non vuoi, né permetti, né tolleri il male e neppure oso immaginare che qualcosa ti possa essere sfuggito di mano, ma mi viene il sospetto che la molecola bastarda che avvelena fino a morte noi tue creature e figli, provenga dal tuo nemico e purtroppo principe di questo mondo, Satana.

   Mettilo alle corde, non dargli fiato, fatti valere… e presto: (“Liberaci dal maligno”).

   Lo so che per Te il tempo non è un problema, ma per noi sì. Sbrigati: (“Domine, ad adiuvandum me, festina”).

   Te lo chiedo per tutti noi e per intercessione della Tua e nostra tenerissima Mamma.

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UNA BELLA DRITTA per non sbagliare con chi sbaglia…

IL PESSIMO CARATTERE… e    COME CORREGGERLO

   C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno.

   Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno. Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia.

   Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza. I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata.

   Il padre conduce il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà.    Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica.

(Il ragazzo, nonostante il “brutto carattere”, ubbidisce a suo padre… e questo significa che ha stima e fiducia in lui.

Il padre non lo assilla con prediche, minacce, rimproveri… ma semplicemente, con pazienza, aspetta che sia il figlio a “capire” come correggere e  migliorare il proprio carattere.

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UN LIBRO, UN PROGETTO E QUALCOSA DI PIU’

L'immagine può contenere: il seguente testo "Talento Tre elementi fondanti di un rapporto consulenziale: Tempo, Tatto, (Mei De Carli Indri, QUESTIONI DI CU(O)RE Al tempo del covid) richiedere acfdrovigo@gmail.com cfdrovigo"

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3 gennaio 2021 · 18:02

FACCIAMO IL PUNTO… SU QUALCOSA DI SERIO

CRESCENDO… SI IMPARA A FARE A MENO DI QUALCOSA….

      (purché si abbia il dono del discernimento, se no sono guai seri)

E’ proprio vero ed è la vita stessa ad insegnarcelo piano piano…

   Soltanto che questa dinamica non sembra valere per l’umanità nel suo insieme, almeno sembra non valere per quella porzione di umanità della cosiddetta Vecchia Europa.

   Sembra non valere perché, paradossalmente parlando,  la Vecchia Europa, “crescendo”, ha voluto fare a meno di qualcosa, soltanto che questo “qualcosa”  non è quel guazzabuglio di superfluità (materiali o di costume…) che l’ha accompagnata fin qui…

   Quel “qualcosa” era ed è qualcosa di importante, anzi di fondamentale e questa è la ragione per la quale, avendone voluto farne a meno, siamo arrivati a questo punto di  degrado delle relazione umane, di inquietudine, di aggressività, di “mal di relazione”…

   Scriveva San Giovanni Paolo II: “Il nostro tempo, così carico di tensioni ed avaro di tenerezza” ed anche : “C’è poca vita umana nelle famiglie dei nostri giorni”.

   Lo stesso psicologo Carl Gustav Jung osservava: “Tante nevrosi dell’uomo moderno sono riconducibili ad un non risolto problema religioso”.

   E la ragione di questo dilagare del “malessere esistenziale” sta proprio, per quanto riguarda la Vecchia Europa, nel fatto che crescendo ha voluto fare a meno delle cose “fondamentali” e non delle “superfluità”, ragion per cui siamo ridotti così. Ha rinunciato al “bene” ed è stato fatale essersi ridotta così “male”.

   Lo spunto per questa riflessione, che dedico a tutti  i miei amici non ancora ridotti così male, mi è stato dato da una omelia del mio precedente parroco, Don Roberto De Odorico (attualmente Segretario Generale della Pontificia Università Lateranense)…

   Lui sosteneva che a partire dal ‘500 (1517) la Vecchia Europa ha incominciato a voler fare a meno della Chiesa (il Protestantesimo è, in sostanza, questo). Come lo può essere chi cede alla tentazione di proporsi come nuovo “profeta” o nuovo “salvatore” dimenticando che Gesù è l’unico profeta – salvatore scelto dal Dio Padre. Tutti gli altri possono meritare il titolo assegnato lor da Gesù di “falsi profeti”. E ne pullulano tanti in questi ultimi tempi…

   Due secoli dopo, nel ‘700, (1717) la Vecchia Europa ha continuato su questa strada volendo fare a meno di Dio (la Massoneria, in buona sostanza, è questo).

   Agli albori del ‘900 (1917), la Vecchia Europa ha perseverato diabolicamente su questa tortuosa strada scegliendo di poter fare a meno di Gesù Cristo  (il marxismo  – leninismo autodichiaratosi ateo è proprio questo… con la sequela di tutti i “comunismi artigianali locali”), nel senso che se non c’è un Padre (massoneria) non ci può essere neppure un Figlio… (materialismo marxista).

   Per inciso, il 13 maggio 1917, la Madonna appare per la prima volta ai tre pastorelli  di Fatima…

   Solo coincidenze, oppure, come scrive lo scienziato Einstein: “Il caso è Dio che gira in incognito?”.

   Comunque sia, questo è ciò che è accaduto: si è finiti così “male” perché, “crescendo”, la Vecchia Europa ha scelto di poter fare a meno di “qualcosa”!

   Soltanto che questo “qualcosa” era  il “bene”, era il vero patrimonio dell’umanità…

C’è però una via d’uscita…

   E siccome è stato proprio Gesù a dire di essere la “Via, la Verità e la Vita”, forse è il caso di suggerire alla vecchia Europa dalla coscienza sonnacchiosa, di fare almeno memoria storica (se non proprio spirituale) di talune sue espressioni .

    Si tratta di cinque espressioni da leggere in sequenza logico – spirituale:

 “CERCATE PRIMA DI TUTTO IL REGNO DI DIO E IL RESTO VI VERRA’ DATO IN AGGIUNTA”.

 “SENZA DI ME NON POTETE FARE NULLA”.

 “IMPARATE DA ME CHE SONO MITE E UMILE DI CUORE”.

 “NESSUNO PUO’ VENIRE A ME SE IL  PADRE MIO CHE E’ NEI CIELI NON LO ATTIRA”.

 “OGNI COSA CHE CHIEDERETE AL PADRE MIO IN MIO NOME EGLI VE LA DARA’.

   Queste cinque espressioni diventano allora la Via Vera per una Vita piena ed appagante. Queste cinque soavi esortazioni indicano la direzione esatta da intraprendere, quale che sia la vocazione personale ascoltata ed accolta nell’intimo della propria anima.

   Per crescere, si diceva, è necessario fare a meno di qualcosa … e questo costa sempre caro, ma è una legge della vita.

   Parimenti, per crescere nella fede adulta, paradossalmente parlando, non è necessario, né conveniente, né da persone intelligenti fare di testa propria, ma fare a meno di fare di testa propria.

   E’ semplicemente conveniente, necessario, e da persone umilmente intelligenti, non fare a meno di Gesù… e questo non costa niente, proprio niente… è soltanto grazia.

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SORPRESA PER IL 2021…”Le nuvole passano, il cielo rimane”.

                             Mei de Carli Indri, QUESTIONI DI CU(O)RE Al tempo del covid 19

 (OdV “Centro per la Formazione e la Consulenza della Coppia e della Famiglia”, via Giovanni Pascoli, 51/a – Rovigo)

   Non appena ricevuto in dono il libro di Mei de Carli Indri, QUESTIONI DI CU(O)RE Al tempo del Covid 19,  da consulente familiare della prima ora quale sono, ho subìto la tentazione di iniziarne sùbito la lettura.

   Ed è stato proprio il gioco di parole ricorrente nella “narrazione” della Mei ad avere nutrito la mia curiosità nel proseguire nella lettura.

   Anche perché con lei ho condiviso varie occasioni di collaborazione essendo stata mia formatrice alla SICOF  di Roma, (Scuola Italiana Consulenza Familiare).

   Ma i giochi di parole non sono certo l’unico strumento investito dalla Mei, anche in chiave didattica, per consulenti familiari, ma si accompagnano a metafore, aforismi, paradossi, neologismi e inglesismi, etimologia delle parole (un esempio: andare alla “radice” delle parole può favorire nel cliente – utente di “radicare” il misterioso passaggio dal malessere ad un possibile benessere), soffice ironia e autoironia, “entrate” a sorpresa nell’inconscio per stimolarne “l’uscita” del bello presente in esso (Jung)…

    Il contenuto poderoso del testo (oltre 200 pagine), insomma, e le  cospicue e pertinenti citazioni di testi e brani hanno la magia della bambole matriosca, nel senso che aprono via via nuovi ed inaspettati scenari, sempre diversi, tutti convergenti però verso l’unico fine, quello  di suggerire al consulente familiare (o a chi volesse provare l’esperienza dell’offrire aiuto efficace a chi chiede aiuto) un uso appropriato della relazione consulenziale.

  E’ così che riferimenti a mitologia, filosofia, letteratura, arte, poesia, canzoni, psico – politica e spiritualità incarnata diventano alimento succoso e ricco per vivere l’esperienza della relazione consulenziale nel “qui ed ora”.

   Anche perché questo impegno fatto di ascolto empatico professionale dell’altro può essere facilitato  dall’uso di “storielle” scritte dall’autrice lungo il corso di questi anni.

  Insomma che dire? Un libro per buongustai.  Un libro “regale”… da offrire come “regalo” a chi sente la vocazione di essere di aiuto a chi chiede aiuto.

   Come ha fatto l’autrice che, con la modalità soave del suo narrare ha “saputo” regalare, magari a sua “insaputa”, alcuni pezzi del suo vissuto personale con sobrietà, umiltà e delicatezza lasciando totale libertà al lettore di usufruirne per diventare a sua volta regalo di serenità.

   Ed in conclusione  riporto questa dolcissima dichiarazione di intenti della Mei (consulente familiare e psicoterapeuta):

“Vorrei spianare la ruga che hai tra le sopracciglia, ma non esiste lifting per una ferita del cuore. Posso solo baciarla… senza farti vedere la mia” . (Mei Indri de Carli)

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Il libro può essere richiesto via e.mail a.    cfdrovigo@gmail.com che provvederà all’invio.

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Con un po’ di anticipo

                                           COMMENTO OMILETICO

                                    (Domenica 3 gennaio: Gv. 1, 1 – 18)

“Nomen omen” si dice. Il significato di “nomen omen” risale agli antichi romani secondo i quali nel nome delle persone era  indicato il loro stesso destino.  

   Anche nel  pensiero biblico il nome rappresenta e significa l’essere stesso nella sua singolarità, nella sua essenza totale, nella sua individualità concreta, nella sua personalissima identità e nella sua missione esistenziale.

   E’ misteriosamente bello constatare come la liturgia della Chiesa ci inviti oggi a celebrare il nome di Gesù (l’onomastico) proponendo il celebre brano con cui l’evangelista Giovanni da inizio al suo vangelo.

   E’ bello constatarlo perché nei 18 versetti offerti alla lettura è contenuto, in mirabile sintesi, tutto il vangelo, tutta la dinamica della storia della salvezza.

   Sembra di poter notare che così come il nome di Gesù contiene tutto il suo essere e il suo agire, il suo destino, la sua missione,  allo stesso modo il l’incipit del vangelo di Giovanni contiene tutto il vangelo.

  Rimane allora da porci una domanda: cosa può insegnare a noi oggi tutto questo? E per rispondere a questa domanda si può partire, ad esempio,  con l’immaginare la difficoltà dell’evangelista Giovanni alle prese con il problema di testimoniare e di trasmettere il messaggio evangelico usando categorie e generi letterari diversi dalla cultura ebraica.

   Una difficoltà che il messaggio evangelico incontra ogni qual volta deve incarnarsi in culture diverse e che i “missionari” di ogni tempo continuano ad incontrare.

   E l’evangelista supera questa difficoltà ribadendo più volte e insistendo su di un fatto incontrovertibile, quello di essere stato testimone oculare di tutta la dinamica della storia della salvezza rivelata compiutamente in Gesù, testimone oculare di eventi pensati dall’eternità dal Padre e portati a compimento concretamente nello scorcio di tempo davanti ai suoi occhi.

   La qual cosa comporta, per noi oggi che non siamo stati testimoni oculari come Giovanni, di poter e saper essere testimoni fidandosi ciecamente di chi ci assicura, con il suggello della propria vita, di esserlo stato.

   Questa è la dinamica della trasmissione della fede da una generazione all’altra. Questa è la lezione da ricavare e da apprendere da questo brano di vangelo.

   Ma questa trasmissione della fede fatica a prender vita ed a  realizzarsi se chi afferma di credere offre una testimonianza poco credibile e poco affascinante.  

   Soprattutto al giorno d’oggi che l’uomo si trova sovente portato a questa desolata lamentazione: “Non so più a chi credere”.

   In genere si è portati a credere a chi testimonia con la vita, la verità affermata a parole e  lo fa, paradossalmente parlando, a scapito della sua medesima vita.

   Che poi questa trasmissione della testimonianza di fede sortisca o meno effetti immediati di conversione, questo attiene al mistero complessivo delle cose di Dio, sulle quali è prudente non investigare troppo. Meglio essere buongustai di mistero che affannati cercatori di spiegazioni.

   Non ci si scoraggi, pertanto, quando ci si sente dire da Gesù: “Anche quando avrete fatto tutto, ricordatevi che siete sempre dei servi inutili”, che per chi ha la coda di paglia ed è ipersensibile agli epiteti, la traduzione di “servi inutili” può essere ammorbidita con quella di “semplici servi”, che è più rispettoso e veritiero, ma ugualmente efficace e incoraggiante all’umiltà del servizio di testimonianza. 

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PENSIAMOCI SU’…

TUTTA COLPA DEGLI ALTRI… TUTTA COLPA TUA….

             (né l’una, né l’altra…. consapevolezza)

“Provo un senso di rabbia contro tutto e contro tutti, un senso di oppressione. E’ da quando sono nato che subisco ingiustizie e umiliazioni. Chiedo giustizia e che mi sia reso quanto mi è stato tolto e che vengano riconosciuti gli errori commessi nei miei confronti. Infatti…

Amavo il sole e la vita: fui accecato e rinchiuso.

Amavo una donna: fui da lei tradito e umiliato dal suo lui.

Amavo la libertà di pensiero: fui catechizzato.

Amavo la comprensione: fui respinto.

Amavo il rispetto: fui offeso.

Amavo la spontaneità: fui deriso.

Amavo l’allegria: fui biasimato.

Amavo donare: fui frainteso.

Amavo il mio corpo: fui svergognato.

Amavo la mia anima: fui lapidato.

Amavo me stesso: fui spersonalizzato.”

Ora fai bene attenzione. Nulla ti può essere reso  perché nessuno ti ha tolto nulla. Quel senso di oppressione che avverti è il peso delle “tue” colpe. Sei colpevole per aver odiato l’uomo e per esserti ribellato alle sue leggi”:

Colpevole per non esserti assoggettato alle leggi

Colpevole per non aver saputo rinunciare alla donna proibita e ucciso il tuo rivale.

Colpevole per non aver riconosciuto il bene più prezioso dell’uomo: la ragione.

Colpevole per non aver compreso ed aver peccato di superbia.

Colpevole per aver cercato accondiscendenza ed esserti creduto degno maggior rispetto.

Colpevole per non aver imparato a riconoscere e controllare la tua intimità.

Colpevole per aver reagito con ironica semplicità e con presunzione.

Colpevole per aver dato amore solo a chi ti ricambiava amore.

Colpevole per non esserti assoggettato ai “costumi” degli altri.

Colpevole per esserti eletto come unico depositario di verità.

Colpevole per esserti posto al centro dell’universo.”

“Quel senso di oppressione che ora ti prende per te stesso, può svanire attraverso la consapevolezza della tua interiorità, dove avviene la lotta tra bene e male, tra paure e desideri. Certe paure infatti si vestono di rabbia accusatoria e nascondono sottili desideri negativi. Riconosci la tua tenebra ed essa svanirà. Riconosci il male presente in te, ma senza trattenerlo. Se il tuo animo percepisce  questo male come un pesante fardello, potrà anche percepire la possibilità di percorrere la strada della consapevolezza consistente nel trasformare quel male in bene.

Questo comporta però umiltà e sincerità. Soltanto la rinuncia alla follia e alla ignoranza può aprire le porte al tuo divenire.

Soltanto la rinuncia alla accuse (i primi undici punti) e alle autoaccuse (i secondi undici punti) può aprire la via alla consapevolezza di poter essere, senza vergognarsene, accusato e accusatore, oppresso e oppressore, innocente e colpevole…

Le sofferenze dell’uomo null’altro sono che il disconoscimento del male che egli trattiene entro se stesso.

La serenità null’altro è che la consapevolezza di questo male… senza volontà di trattenerlo. Ad esempio…..

Perché non ammetti che avresti voluto essere padrone del mondo?

Perché non ammetti che avresti voluto fare per sempre tua la donna e sottrarre a lui quel potere conquistato a fatica?

Perché non ammetti che avresti voluto tu catechizzare gli altri secondo il tuo punto di vista?

Perché non ammetti che era la tua esigenza quella di sentirti amato e compreso?

Perché non ammetti che avresti voluto trovarti su di un trono ed avere degna riverenza dai tuoi sudditi?

Perché non ammetti che avresti voluto che nessuno ti ostacolasse?

Perché non ammetti che l’allegria ti serviva per sfuggire ai dolori e alle responsabilità?

Perché non ammetti che volevi godere della riconoscenza degli altri?

Perché non ammetti che il tuo era un compiacimento bell’e buono?

Perché non ammetti di non aver fatto nulla per conoscerti veramente?

Perché non ammetti che avresti voluto fare solamente ciò che ti risultava gradito?”

Tratto da L’ANIMA, L’UOMO E IL VIAGGIO SENZA RITORNO di Giandomenico Fiandri (ed.  L. Reverdito, 1986) e rielaborata sinteticissimamente da Gigi Avanti.

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