LA VIOLENZA SULLE DONNE…. viene da lontano

                        (approccio psicologico)

 Partiamo da una storiella che la dice lunga sulle radici profonde della violenza.

  “ La collera è triste perché toglie l’io a sé stesso, gli intorbida lo sguardo e offusca la godibile vista delle cose. Tristezza e Rabbia che nascono da un bisogno di stabilità, di serenità, se vogliamo, di consuetudine, si alternano in questo periodo e, come sempre nella loro dinamica psicologica, cercano di confondersi e di

confondere.”

 Tristezza e Rabbia arrivarono a una meravigliosa piscina di acqua cristallina.

Entrambe decisero di fare un bagno, si spogliarono e si tuffarono nello stagno.

Rabbia, sempre di fretta, come sempre, senza sapere molto bene perché,

si bagnò velocemente e sempre più velocemente uscì dall’acqua. Tuttavia,

poiché la rabbia è cieca, o non distingue chiaramente la realtà, nuda

e precipitosa, si rivestì con i primi indumenti che trovò…

Non erano i suoi, ma quelli della Tristezza… E fu così che, travestita di

tristezza, la rabbia sparì. Con la parsimonia che caratterizza sempre

la tristezza, questa terminò di bagnarsi senza alcuna fretta, o meglio,

senza essere consapevole del tempo che passava, e uscì pigramente dal

laghetto. Scoprì allora che i suoi vestiti erano spariti.

Poiché la tristezza si sente imbarazzata quando è nuda, indossò gli unici vestiti

che trovò accanto allo stagno, i vestiti della rabbia.

 Dicono che da allora, spesso qualcuno è arrabbiato, cieco, crudele e terribilmente adirato,

ma se guardiamo bene scopriamo che è solo un travestimento dietro cui si nasconde la tristezza

(Jorge Bucay).

 Quindi risulta chiaro come il sole che la “violenza sulle donne” è sempre operata da chi è “triste dentro”. Ma chiediamoci perché uno è triste dentro e non lo riconosce? Cosa crede che gli manchi? A volte uno è triste (e quindi diventa arrabbiato contro tutto e tutti… contro il destino) non tanto perché non si accontenta di quello che ha, ma perché non si rende conto di quelle che è.

E’ la solita partita tra “avere” e “essere”…

Se soltanto pensiamo che ognuno di noi è OK (per usare un’espressione cara alla psicologia) per il semplice fatto di esistere e che è unico, e che, in quanto tale, è di valore unico, ne dovrebbe derivare uno stato d’animo di serenità, di contentezza esistenziale di fondo.

Questa accettazione e questo apprezzamento della unicità del proprio esserci al mondo, in un qui ed ora anche travagliato, è un terreno sul quale non può attecchire alcun tipo di violenza.

Occorre quindi focalizzare tutto sulla positività del proprio essere per non finire dentro le negatività o per non soccombere alle tentazioni subdole della tristezza, della insoddisfazione cronica… che poi si tramutano in rabbia contro chi ci sta intorno.

Quindi occorre saper gestire la “rabbia”, come insegna Gandhi: “Ho imparato, dopo amare esperienze, a preservare (quindi a non “sfogare” la rabbia) la mia rabbia e, come il calore che non si disperde (si pensi a una pentola a pressione) si trasforma in energia, la mia rabbia, dominata, si trasforma in forza capace di muovere il mondo”.

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