LA FRAGILITA’ DEL “FAI DA TE” … DELL’AMARSI.

Al Convegno di Verona della Chiesa italiana dello scorso anno, uno dei temi affrontati era quello della fragilità dell’uomo di oggi.
Sembrerà strano e curioso, ma a fronte dell’idea che l’uomo moderno si è costruito ed ha di se stesso come uomo forte e sicuro di sé in ragione delle sue conquiste in molti settori dell’esistenza ci sta la sua realtà interiore di persona fragile e sovente spaesata. Prova ne è l’aumento delle varie patologie nervose e depressive che colpiscono uomini e donne ad ogni età e che già sono state battezzate da studiosi del settore come veri e propri malanni dell’anima.
Tale fragilità si riscontra soprattutto nell’ambito del rapporto di coppia sempre meno durevole nel tempo e nell’ambito delle convivenze che stanno affiancando il matrimonio istituzionale come modalità relazionale in qualche modo paradossalmente vissuta come capace di scongiurare le separazioni e i divorzi. I dati statistici relativi alle separazioni anche tra conviventi, invece, non sembrano confermare tale vissuto e tale intenzione.
Cosa può significare, dal punto di vista psicologico, tale tendenza a voler convivere prima o al posto di voler sposare? Senza voler entrare nel merito delle singole coscienze e consapevole che esiste convivenza e convivenza e che diversi e vari sono i livelli di sensibilità affettiva e spirituale delle persone, tale tendenza può significare prima di tutto che la cultura e il costume odierni danno per scontato che la capacità a vivere una relazione d’amore possa svilupparsi seguendo impulsi soggettivi o intuizioni individuali fortunose o, peggio, imitando modelli relazionali di idoli scelti come punti di riferimento.
Separazioni, divorzi e modalità poco appaganti o addirittura patologiche di vivere talune relazioni attestano invece il contrario e cioè che tale mal di relazione scaturisce proprio da questa tendenza individualistica ad una sorta di fai da te dell’amore. Siamo al paradosso, doloroso paradosso. volendo fare di testa mia nel modo di vivere una relazione, la relazione si sfila di sotto, si chiama fuori perché non si sente rispettata nella sua profonda natura relazionale. Ricordiamo, per inciso, invece che le sane scienze umanistiche e la spiritualità asseriscono che la capacità di amare (così come tutte capacità umane) si sviluppa )riconoscendo e rispettando, da parte dell’uomo e della donna, le universali regole intrinseche dell’amore e dell’amarsi. Come dire che quando si decide di voler volare, con quale che sia mezzo o veicolo, occorre umilmente fare i conti con le regole del volo, della attrazione terrestre a cui sfuggire, della resistenza del vento con cui entrare in contato, del peso del veicolo, della metà da raggiungere…insomma occorre fare i conti soprattutto con la riserva di umiltà presente nel proprio cuore.
Come dire che è illusorio voler amare come pare e piace, mentre è realistico, e soprattutto )conveniente e redditizio, amare come pare e piace all’amore.
In secondo luogo…
In secondo luogo tale tendenza evidenzia anche la scarsa dose di lungimiranza presente in una scelta che voglia qualificarsi come adulta e matura in tutti i sensi. Già lo stesso Sigmund Freud scriveva: “L’amore adulto e maturo è la capacità di stabilire una relazione affettiva duratura e stabile”. Infatti una scelta che voglia qualificarsi come adulta e matura si caratterizza per tre dimensioni o aspetti, la lucidità (sapere bene chi e cosa si sta scegliendo…e un proverbio dice “prima di sposarsi occorre tenere bene i due occhi aperti…dopo sposati bisogna talvolta chiuderne uno”), la libertà (soprattutto la libertà dalle mille paure che invadono spesso il cuore umano e dalla presunzione così frequentemente ben mascherata da seriosità e rigidità), e la lungimiranza (legata essenzialmente alla natura della scelta).
Come dire, parlando di lungimiranza, che chi sceglie di amare, o lo fa nel rispetto della natura dell’amore che per ciò stesso non muore mai di morte naturale (la medesima parola amore ce lo indica nella sua etimologia dalla parola latina a-mors che significa appunto non-morte) oppure si avvia, suo malgrado e sovente a sua insaputa, sulla strada di una precarietà relazionale amante basato su un vago “speriamo di farcela”, o “speriamo che tutto fili liscio”
L’amarsi di uomo e donna è una modalità relazionale che funziona bene soltanto con il per sempre. Il per sempre dà la qualità di una relazione. Ciò vale un pò per tutto, per la fede, per una gara, per un impegno di studio. Quello che conta è andare fino in fondo, credere fino alla fine, amare fino alla fine. Le partite si vincono se si sta in campo fino al fischio dell’arbitro. Le corse ciclistiche si vincono se si arriva a coprire l’ultimo centimetro di percorso…
Convivenze e matrimonio
Vero è che ci sono convivenze e convivenze, così come ci sono matrimoni e matrimoni (e che da alcuni di questi e di queste è talvolta tragicamente necessario evadere come da una prigione), ma è anche vero che ogni matrimonio è una convivenza, ma non ogni convivenza è un matrimonio…
Così come se è vero che non è sempre oro tutto quel che luccica sarà anche vero che non sempre luccica tutto quel che è oro.
Psicologicamente parlando, la tendenza a voler equiparare convivenza a matrimonio sottende in un certo senso un pensiero sotterraneo molto vicino all’abbaglio o al pregiudizio, quello di voler equiparare opinione a verità. Scrive Rumi, uno dei grandi mistici musulmani contemporaneo di Dante: “La verità era uno specchio che, cadendo, su ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi impressa la propria immagine, credette di possedere l’intera verità”.
Pensiero sotterraneo alimentato da quella inclinazione alla presunzione che da Adamo ed Eva in poi ha spesso caratterizzato il rapporto dell’uomo e della donna tra di loro e con il mondo intero.
Presunzione scaturiente soprattutto da un voler pensare con la testa separata dal cuore, mentre è sempre nel cuore mite e umile che nascono pensieri veritieri… “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” dirà a suo tempo l’uomo vero Gesù.
Convivenze come prova
…Una osservazione conclusiva a proposito delle scelte di convivenza come tirocinio di prova in vista del matrimonio.
Paradossalmente parlando, viene comodo rifarsi a quel fulminante aforisma che asserisce “l’amore è come la morte, non si può provare”
Oppure, più semplicemente, si potrebbe cercare di stanare il virus che si nasconde in questa scelta per prova, che è sempre maledettamente il virus della paura.
Ogni prova è perciò stesso ansiogena, cioè generatrice di paura e al tempo medesimo causa della stessa paura. L’agire per prova provoca paura così come la paura genera un agire per prova…
Dio non ci ha creati per prova, in attesa di scelte ulteriori più risolute e definitive. Dio ci ha creati per amore e, ovviamente, ha corso consapevolmente i suoi rischi. Inoltre ha sposato l’umanità non limitandosi a una semplice convivenza per stare a vedere come sarebbe andata a finire La medesima scelta avrebbe fatto di lì a poco Gesù con la sua Chiesa…consenziente con l’uno e con l’altro lo Spirito.
Nelle scelte dove predomina lo spirito della paura, lo spirito d’amore si impaurisce e scappa via. Nelle scelte dove è silenziosamente e soavemente presente lo spirito d’amore…è la paura del rischio a scappare via. E la coppia amante, come Dio comanda, gusta e pregusta il cibo dell’amarsi vero nella quotidianità…in un giorno dopo giorno che si tramuta in eternità .
Sembra che nella Bibbia l’esortazione “Non abbiate paura” (con le sue varianti) ricorra la bellezza di 365 volte. Ce n’è abbastanza per riconoscere che, senza Dio, il cuore umano si impaurisce, teme, non rischia, ama col contagocce…e che, insieme a Lui, già è paradiso il giorno terreno che piano piano si fa eterno…quel giorno quando finalmente a tavola gusteremo la vera specialità della vita dal forte sapore d’amore!

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