OMELIA del 6 febbraio 2011

Il ricorso all’uso delle metafore e delle immagini per trasmettere i concetti è antico quanto il mondo e risponde all’innato bisogno di conoscenza dell’essere umano alle prese con il mistero della vita.
Sono tante le parole della nostra lingua utilizzate e utilizzabili in senso metaforico, ma quello che appare più curioso è il fatto che parole così diverse tra loro nella loro accezione originaria letterale, risultano poi convergenti su un identico significato.
E’ il caso, per esempio, della parola “sale” e della parola “luce” che, anche nell’uso metaforico corrente, sono accomunate dal medesimo riferimento all’intelligenza…
Si dice infatti che “bisogna avere sale in zucca” e che “non bisogna perdere il lume della ragione”.
Avere “sale in zucca” può significare quindi di saper esercitare la capacità di accedere ai gusti e ai sapori profondi delle realtà della vita, così come “usare il lume della ragione” può significare di esercitare tale capacità nel senso di un vero discernimento riguardo ai valori fondamentali dell’esistenza, non limitandosi al primo colpo d’occhio ma spingendosi a vedere fino a dove arriva il raggio di luce.
Così come l’uso intelligente del sale esalta il sapore degli alimenti e l’uso intelligente della luce consente di osservare i contorni reali delle cose… allo stesso modo dovrebbe accadere per il comportamento da adottare nel vivere le relazioni interpersonali quale che sia la propria vocazione.
L’essere umano si nutre essenzialmente di “relazioni”. Dio stesso viene definito dalla teologia come “Relazione”… Sarà un caso, ma il Creatore che esordisce con la sua azione creatrice inizia con la luce…(”sia fatta la luce”) a cui seguirà poco dopo la terra (piena, come si sa, di Sali minerali).
Insomma l’uso metaforico delle parole “sale” e “luce”induce a muovere la nostra riflessione nell’ambito dell’intelligenza (gustare il mistero pur non vedendoci chiaro) e, di conseguenza, a vivere le relazioni interpersonali al modo del “sale” e della “luce”, in modo tale cioè da far trasparire il “sapore” vero delle realtà della vita che sono per lo più “invisibili”.
Tanto più quando si è investiti, misteriosamente, da una missione particolare.

Ed è il caso della consegna incoraggiante di Gesù fatta ai suoi discepoli narrata nel brano di vangelo di oggi. Va da sé che lo sfondo sul quale si situa tale consegna di comportamento è quella del Ragno di Dio.
Il ricorso, da parte di Gesù, all’immagine del “sale della terra” e a quella della “luce del mondo” in riferimento alla “modalità relazionale” che dovrebbe caratterizzare il loro essere “discepoli” sulla terra e nel mondo sembra condurre, tra le altre possibili, a queste conclusioni: così come il sale ha come caratteristica funzionale prevalente quella di esaltare il sapore degli alimenti e la luce quella di consentire la vista chiara di come muoversi verso una meta, allo stesso modo essere “sale della terra” e “luce del mondo” comporta di adottare una modalità relazionale di testimonianza capace di far accedere le “genti” al sapore profondo delle cose dell’anima onde vedano chiaro il vero traguardo del loro destino esistenziale.
E che tale modalità relazionale sia esclusivamente per “la gloria di Dio”, pena il rallentamento o addirittura il fallimento della propria missione!
Quando un discepolo, magari troppo zelante ed agitato, si espone eccessivamente nella testimonianza… è come se mettesse troppo sale oppure preferisse il sale alternativo delle proprie vedute (egocentrismo pastorale) o come se attirasse attenzione su di sé e non dirottarla per la gloria di Dio.
Troppo sale disturba il palato e la luce serve per vederci chiaro, non per fissarla rimanendone magari abbagliati…
Giusto equilibrio (da trovare di volta in volta nelle situazioni che mutano…) ed umiltà sembrano i due atteggiamenti relazionali di base indicati da Gesù ai suoi discepoli… in missione.
Un ‘altra volta dirà di essere “semplici come le colombe” e “prudenti come i serpenti”… fino a tagliar corto quando dirà, con sommo umile amore: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”.

E ad imparare non si finisce mai… ecco perché sarà con noi fino alla fine del mondo.

 

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