“Il matrimonio è come la morte… pochi vi arrivano preparati” (N. Tommaseo)

Sono ormai più di quarant’anni che, mia moglie ed io insieme a tanti altri amici, ci occupiamo di Pastorale Familiare. Anzi possiamo veramente ringraziare Dio per questa fortuna-grazia che, bontà sua, ci ha voluto concedere fin dal tempo del nostro fidanzamento.
Una grazia arrivataci per il tramite, soprattutto, di tre sacerdoti: uno, padre Luciano Cupia (degli Oblati di Maria Immacolata, ordine fondato dal santo Vescovo di Marsiglia Eugenio De Mazenod), che negli anni sessanta dette il via alla fondazione dell’allora Centro Cattolico di Preparazione al Matrimonio con una pastorale organica e strutturata della formazione alla vita matrimoniale (curando anche, prima esperienza del genere in Italia, la formazione delle equipes di laici e di preti che l’avrebbero dovuta sviluppare), un’altro, Don Carlino Panzeri il quale, poco dopo, (come responsabile del Centro Pastorale della Famiglia della diocesi di Albano), iniziò, insieme ai laici che il Signore gli mise accanto, la stupenda avventura della Pastorale Familiare arricchendola di iniziative a 360 gradi (incontri di spiritualità, esercizi spirituali, scuola di famiglia, esperienze con separati e divorziati, incontri e dibattiti in campo civile…) , il terzo, padre Sergio Cimignoli, della Congregazione dei Figli della Sacra Famiglia, fondata dal santo spagnolo Giuseppe Manyanet, che portò nuova linfa alla pastorale familiare ispirandosi alla spiritualità della Sacra Famiglia di Nazaret, propria del suo fondatore.
Da allora molte cose sono cambiate, molte altre iniziative per la famiglia si sono aggiunte nelle varie parti d’Italia (pensiamo soltanto alla nascita dei Consultori di ispirazione cristiana e delle Scuole per Consulenti Familiari), ma nel contempo abbiamo visto anche cambiare la tipologia delle coppie intenzionate a sposarsi in chiesa.
A tal punto che oggi nei cosiddetti “corsi per fidanzati” ( che erano battezzati via via come “incontri prematrimoniali” o “percorsi” o “incontri”… e quant’altro) si presentano spesso delle coppie alle quali difficilmente si addice il termine “fidanzati”.
Durante una delle ultime sedute dell’Ufficio Famiglia della Consulta della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) è stato proprio Don Carlino a coniare, per così dire, una nuova terminologia a riguardo: coppie di fidanzati (quelle classiche), coppie di fatto (conviventi…con o senza figli), coppie di diritto (quelle sposate civilmente).
Ed è da questa classificazione che occorre partire per “modificare”, nel metodo e in qualche contenuto, la “preparazione” al matrimonio o meglio “la formazione alla vita di relazione” coniugale e familiare. Magari lasciando capire da subito, con ferma discrezione, che tale “formazione” non va vista come traguardo da raggiungere (sarebbe illusorio credere di poterla acquisire una volta per tutte con alcune serate, anche se fatte come “catechesi” o come “itinerari di fede”…) ma come modo di viaggiare e di essere da alimentare nel giorno dopo giorno.
Anche se, ogni tanto, qualcuno degli addetti ai lavori (laici, preti, vescovi, esperti…) si dice intenzionato a voler celebrare il funerale ai “corsi di preparazione al matrimonio” classici invocando o sognando chissà quali innovazioni, c’è da riconoscere che questa nuova tipologia di “coppie” che chiedono di essere promosse a “coppie sacramento” (altra espressione di don Carlino)
induce ad una seria riflessione sul da farsi.
Una seria riflessione che può partire proprio dalla “domanda” dei “fidanzati”, dei “conviventi”, degli “sposati in municipio” di voler diventare “coppie sacramento”. Una domanda che dovrebbe sollecitare i “pastoralisti” a rivolgere loro, paradossalmente, secondo lo stile di Gesù, un’altra domanda, la seguente: “Perché vi volete sposare in chiesa?” Ad onor del vero questa domanda figurava anche nei corsi o percorsi storici classici precedenti, quando veniva trattato il contenuto del “sacramento”.
Una domanda che, rivolta ai “conviventi” o agli “sposati in municipio” potrebbe cambiare in quest’altra, formulata simpaticamente dal Vescovo Luigi Moretti di Roma: “Perché dal trovarvi sposati in coscienza, vi volete sposare in chiesa?”
Dalle risposte, molto varie e diversificate dei “richiedenti” il sacramento a questa fondamentale domanda, si potrà partire per una nuova e dinamica strutturazione dei contenuti, compresi quelli più prettamente antropologici. Contenuti antropologici riguardanti quel che significa veramente “sposarsi”; contenuti antropologici che qualcuno continua a dare per scontati e qualcun’ altro si ostina a pensare “profani” o “superflui” credendoli,a torto, poco “spirituali”. Come se l’incarnazione non avesse insegnato nulla e trascurando il fatto che è stata proprio l’incarnazione la mossa vincente dello Spirito:..
Tanto più che la odierna cultura antropologica relativa alla “vita di relazione” o alla “relazione amorosa” fa acqua da tutte le parti avendo come baricentro del suo “pensiero” (ma è pensiero?) l’individuo e non la relazione.
Tanto più che la filosofia odierna si caratterizza spesso come “filosofia dei desideri” che premono per voler diventare diritti laddove invece, per contro, la cultura di Dio si caratterizza, da sempre, come “filosofia dei valori”, in vetta alla quale c’è il “valore persona”.
L’attenzione prioritaria dei pastoralisti laici e preti impegnati nella formazione alla vita di famiglia dovrà quindi tener conto di questo nuovo contesto culturale nel quale andare a seminare il vangelo del matrimonio cristiano.
Una attenzione da rivolgere parimenti alle persone che chiedono di sposare in chiesa, quale che sia il loro trascorso di vita e di fede, così da saper cogliere quei “valori nascosti” che comunque esse possiedono in un qualche angolo della loro anima.
Una attenzione rispettosa ed empatica tale da potersi configurare addirittura come particolare “strumento pastorale” nuovo in un mondo dove la “relazione con le persone” soffre ferite di ogni genere in ragione dell’individualismo e del “virtuale”.
Altrimenti che senso avrebbe continuare ad asserire che “Dio è relazione” e che “Dio è amore”(contenuti comunque da rilanciare senza alcun complesso d’inferiorità…) se non si incarna, con i limiti che tutti abbiamo, con queste persone, una relazione d’amore?

 

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